MALATTIA CRONICA E SENSO DI COLPA

malattia cronica e senso di colpa

Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti – Psicologa e Scrittrice

Ogni giorno mi confronto con persone che vivono la propria malattia, sia essa fisica che psicologica (spesso entrambe perché correlate), con senso di colpa.
Dall’esterno, dal punto di vista di chi non vive la malattia, potrà sembrare strano che ci si senta in colpa per la propria condizione di malato e invece succede molto più spesso di quanto si pensi e questo non fa che peggiorare una situazione già difficile da gestire per chi soffre.
Per comprendere meglio cosa accade nella testa di noi (mi ci metto anche io, in quanto emicranica cronica) malati, credo che si possa distinguere tra due importanti dinamiche.

La prima riguarda la nostra impossibilità a partecipare attivamente alla vita innanzitutto familiare, ma anche sociale e lavorativa. Razionalmente non dipende da noi, ma ci sentiamo in colpa perchè vorremmo essere più utili, più presenti, più collaborativi. Vedere che un nostro familiare deve occuparsi da solo di alcune o molte incombenze, può crearci disagio, farci sentire responsabili di un eccessivo carico di lavoro, di impegni e a volte di responsabilità che avremmo voluto condividere e gestire insieme.
Allo stesso modo non è piacevole non poter partecipare a eventi importanti; a questo proposito proprio in questi giorni una mia paziente mi ha detto: “Non ho potuto essere presente alla laurea di mia figlia, questo mi distrugge, non era questa la mamma che volevo essere”. È ovvio che non fosse colpa sua, ma capisco perfettamente il suo sconforto. La malattia a volte ci fa perdere i momenti più importanti dei nostri cari, così come ci fa perdere la parte collaborativa e partecipativa del nucleo familiare, sociale e professionale. La malattia ci mette ai margini.

Questo non partecipare però ci fa sempre chiedere quanto forse potremmo sforzarci, quanto potremmo fare di più, e allora qui entriamo nella seconda importante dinamica, quella del “Volere è potere”.

Spesso ci sentiamo dire “Devi reagire”, “Devi sforzarti” e cose del genere. A volte ci viene detto anche in modo brusco, “per il nostro bene”, “ per spronarci”. Ecco, questa è una questione veramente delicata che ha risvolti psicologici importanti. Il “volere è potere” e il reagire sono concetti importanti in cui credo molto e sono alla base di tante conquiste che possiamo fare. Bisogna capire però dove è il limite, dove è necessario constatare che qualcosa è al di fuori delle proprie oggettive possibilità.

Accettare che qualcosa non è in nostro potere, non significa arrendersi, significa essere consapevoli e soprattutto non farsene una colpa: non dipende sempre tutto da noi.

Se non riusciamo a fare qualcosa, non significa necessariamente che non ci siamo impegnati abbastanza o che non abbiamo reagito, a volte significa semplicemente che non possiamo, che per noi e per la nostra condizione non è fattibile.

A volte è davvero difficile trovare il giusto punto di equilibrio, capire fin dove possiamo sforzarci e dove invece dobbiamo fermarci, lasciare andare.

Tutto questo e molto altro accade spesso nella testa di noi malati: “Vorrei non gravare sugli altri”, “Vorrei essere più presente”, “Vorrei non perdermi i momenti importanti”, “Vorrei fare di più”.

A volte la parte più difficile non è fare, la parte più difficile è proprio non fare niente.

Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti – Psicologa e Scrittrice
Riceve online. Per info: info@ginevracardinal.com