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	<title>Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti</title>
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	<description>Psicologa online e scrittrice - Esperta in autostima</description>
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		<title>IL “DOLORE MENTALE” DELL’EMICRANICO: CURARE LA PERSONA, NON SOLO L’ATTACCO</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/il-dolore-mentale-dellemicranico-curare-la-persona-non-solo-lattacco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 12:37:18 +0000</pubDate>
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«È solo un mal di testa, prendi qualcosa e ti passa». Se soffri di emicrania, avrai sentito questa frase infinite volte. E ogni volta, forse, ti senti un po’ più solo e incompreso.]]></description>
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<p><em>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</em><br><br>«È solo un mal di testa, prendi qualcosa e ti passa». Se soffri di emicrania, avrai sentito questa frase infinite volte. E ogni volta, forse, ti senti un po’ più solo e incompreso.</p>



<p>Quando parlo di emicrania non lo faccio mai solo come psicologa che studia i meccanismi del dolore e tutto ciò che comporta, ma anche come persona che soffre di emicrania cronica quotidiana. Conosco il dolore dell’attacco di emicrania, e conosco anche quello che si prova quando questo dolore diventa quotidiano, onnipresente, e varia solo di intensità senza passare mai,<strong> conosco la paura che l’attacco torni proprio quando la vita sembrava ricominciare e conosco lo sconforto ogni volta che torna e ti blocca mettendo in pausa la tua vita e che forse ti fa dire: “Questa non è vita”.</strong></p>



<p><strong>IL CIRCOLO VIZIOSO: QUANDO L&#8217;UMORE E IL DOLORE SI ALIMENTANO A VICENDA</strong></p>



<p>L&#8217;emicrania, sia essa cronica (quella che ci accompagna per più di 15 giorni al mese) che episodica, non è solo un fatto neurologico. <strong>È un’esperienza che investe tutta la nostra identità. </strong>Esiste un legame bidirezionale profondo tra il nostro umore e i nostri attacchi. Non è &#8220;colpa tua&#8221; se da emicranico sei anche ansioso o di umore basso: i nostri neurotrasmettitori, come la serotonina e la dopamina, sono coinvolti sia nella nostra felicità che nella nostra soglia del dolore.</p>



<p><strong>Quando l’umore cala spesso il dolore diventa più forte. E quando il dolore persiste, l&#8217;umore crolla.</strong> È un circolo vizioso che può renderci più sensibili a ogni stimolo, fisico o emotivo che sia.<br></p>



<p><strong>IL &#8220;DOLORE MENTALE&#8221; E L&#8217;ANSIA DELL&#8217;ATTESA</strong></p>



<p>C’è una parte dell’emicrania di cui si parla poco<strong>: l’ansia anticipatoria. È quella tensione che proviamo quando stiamo bene, ma non riusciamo a godercela perché temiamo che &#8220;il mostro&#8221; sia dietro l&#8217;angolo.</strong> Questo stato di allerta perenne ci logora, può portarci all’isolamento sociale e a un senso di impotenza, un &#8220;dolore mentale&#8221; che si va a sommare al dolore fisico.<strong><br></strong>Il paziente emicranico, spesso, vive con la costante paura che da un momento all’altro arrivi l’attacco e gli rovini i piani, gli impegni, i progetti. Ha paura che l’emicrania lo renda inaffidabile. <strong>E questo non accade perché è pessimista, accade perché è consapevole, perché lo ha già vissuto tante volte.</strong></p>



<p><strong>SENTIRSI INCOMPRESI</strong></p>



<p><strong>L’incomprensione degli altri (colleghi, amici, a volte persino familiari) non fa che aumentare questo peso</strong> e così oltre al dolore fisico si somma quello psicologico.<br>L&#8217;emicrania è una malattia invisibile e chi ci guarda dall&#8217;esterno non può capire esattamente cosa stiamo provando, anzi, tende ad associarlo a ciò che di più simile gli viene in mente: quel mal di testa che gli capita di avere ogni tanto e che va via con un comune analgesico. Spesso c&#8217;è l&#8217;incapacità di comprendere, a volte c&#8217;è anche la mancanza di volontà.<br>E allora ci si stanca di dover spiegare e soprattutto di doversi giustificare.<br>Ma ecco una verità fondamentale: <strong>il tuo dolore è reale, la tua stanchezza è legittima e la tua frustrazione ha diritto di esistere.</strong><br><br><strong>COME SI SENTE IL PAZIENTE EMICRANICO</strong></p>



<p>Il paziente emicranico, ancor più se cronico, spesso si sente sfinito dal dover lottare contro il dolore, contro la stanchezza, contro gli effetti collaterali dei farmaci, e dal dover sempre giustificare la sua condizione. Spesso si sente incompreso da tutti, sovente anche dagli stessi medici. <strong>Si sente stanco, </strong>estremamente stanco, perché anche <strong>le azioni più semplici possono diventare faticose.</strong> Si sente demotivato e <strong>ha paura a fare progetti, a prendere impegni, perché non sa se li potrà mantenere. Si sente in colpa perché non può essere il genitore, il coniuge, il collega, l’amico che vorrebbe essere. </strong>Sente che il suo corpo non asseconda la sua mente e il mondo fa fatica a comprenderlo.</p>



<p><strong>PERCHÉ IL SUPPORTO PSICOLOGICO È PARTE DELLA CURA</strong></p>



<p>Come paziente, ho imparato che i farmaci sono fondamentali, ma spesso non bastano. Come psicologa, ho capito il perché.</p>



<p><strong>Il supporto psicologico non serve a &#8220;farti passare il dolore&#8221; con la forza della mente. Sarebbe un’illusione. Il supporto psicologico serve a:</strong></p>



<ol class="wp-block-list">
<li>Spezzare il circolo dello stress: Imparare a gestire le emozioni che scatenano le alterazioni vascolari.</li>



<li>Ridurre la sensibilità al dolore: Lavorare sulla soglia di tolleranza attraverso tecniche specifiche.</li>



<li>Ricostruire l&#8217;autonomia: Smettere di essere &#8220;l&#8217;emicranico&#8221; e tornare a essere te stesso, nonostante la malattia.</li>



<li>Combattere il senso di colpa per ciò che non sei in grado di fare perché non è mancanza di volontà, è impossibilità.</li>



<li>Riuscire a non isolarti perché quando è tutto faticoso e difficile, quando non sai mai se si potrà mantenere un impegno, quando ti senti incompreso, allora la tentazione (più che comprensibile) è di allontanarsi da tutto e da tutti.</li>
</ol>



<p></p>



<p><strong>RIPRENDERSI IL DIRITTO DI ESISTERE, OLTRE IL DOLORE</strong></p>



<p>L&#8217;emicrania prova ogni giorno a rimpicciolire il nostro mondo, ma la verità è che non siamo solo il nostro dolore. <strong>Siamo persone che stanno attraversando una prova di resistenza enorme.</strong></p>



<p>Integrare il supporto psicologico nel percorso di cura non significa ammettere una sconfitta, o dichiarare che il nostro dolore deriva dal nostro umore, no, significa darsi finalmente il permesso di curare quella ferita invisibile che il dolore costante lascia nella nostra mente e nel nostro umore. <strong>Significa smettere di combattere da soli contro un nemico che nessuno vede.</strong></p>



<p>Io so che è difficile, ma so anche che, un passo alla volta e con il supporto giusto, è possibile tornare a fare progetti senza che la paura sia l&#8217;unica voce a guidarci.</p>



<p><strong><em>Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</em></strong><br><strong><em>Riceve online. Per info: info@ginevracardinal.com</em></strong></p>



<p></p>
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		<title>ANSIA: SPEGNERLA O ASCOLTARLA? LIMITI E VANTAGGI DELLA TERAPIA FARMACOLOGICA</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/ansia-spegnerla-o-ascoltarla-limiti-e-vantaggi-della-terapia-farmacologica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 13:09:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Ginevra Cardinaletti]]></category>
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					<description><![CDATA[Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice Quasi sempre i pazienti che si presentano da me per problemi di ansia, attacchi di panico, insonnia e in generale disturbi legati all&#8217;umore, sono stati prima dal medico di medicina generale (medico di base) che gli ha prescritto degli psicofarmaci.Se hanno già chiesto e ottenuto [&#8230;]]]></description>
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<p><em>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</em><br><br>Quasi sempre i pazienti che si presentano da me per problemi di ansia, attacchi di panico, insonnia e in generale disturbi legati all&#8217;umore, sono stati prima dal medico di medicina generale (medico di base) che gli ha prescritto degli psicofarmaci.<br><strong>Se hanno già chiesto e ottenuto una soluzione, perché sentono l’esigenza di rivolgersi a me?</strong></p>



<p>Perché si rendono conto che stanno cercando di curare il sintomo senza capire da cosa derivi, ma soprattutto senza capire come poterlo gestire nella loro vita, oltre l&#8217;immediato.</p>



<p><strong>È come se avessimo sempre la febbre e continuassimo a prendere paracetamolo</strong>: abbassiamo la temperatura che continuerà a rialzarsi perché non ci occupiamo di ciò che la provoca, che può essere un’infezione virale, batterica o altro.<br>Così come la febbre è una risposta del nostro organismo a un problema, così lo sono gli stati d’ansia, gli attacchi di panico e l’insonnia.</p>



<p><strong>Il medico di base spesso prescrive farmaci non per &#8220;pigrizia&#8221;</strong>, ma per rispondere all’esigenza del paziente, per fornire un sollievo. Anzi, spesso è lo stesso medico a consigliare di integrare la terapia farmacologica con un percorso psicologico.</p>



<p>Talvolta le persone sono restie a rivolgersi a uno psicologo perché <strong>pensano che significhi intraprendere un lungo percorso di anni in cui si indaga sulla loro infanzia</strong>, ma non è così.</p>



<p>Quella del paziente che si stende sul lettino per raccontare i propri sogni e a cui viene chiesto del rapporto con sua madre, <strong>è un’idea obsoleta, distorta e fuorviante che abbiamo imparato dai film</strong>.</p>



<p>Quello descritto è spesso il retaggio di un’immagine stereotipata della psicoanalisi classica, che non rende giustizia né a quel metodo né alla varietà di approcci terapeutici moderni disponibili oggi.</p>



<p>La moderna psicologia non indaga solo le origini del problema, ma offre strumenti, strategie, cambiamenti di abitudini che possono <strong>stravolgere completamente la nostra percezione dei problemi, farci riacquistare la lucidità per affrontare le situazioni, cambiare il nostro umore e ritrovare il nostro benessere emotivo e mentale.</strong></p>



<p>Io non sono affatto contraria all’uso di psicofarmaci, anzi, in alcuni casi sono consapevole che sono veramente dei salvavita. Quello che dobbiamo evitare è l’abuso, l’utilizzo indiscriminato per ogni problema e a ogni età.</p>



<p><strong>Tornando alla domanda iniziale: perché i pazienti vengono da me anche se il medico ha prescritto loro gli psicofarmaci?</strong><br>Perché spesso hanno paura che creino dipendenza (NB: alcuni psicofarmaci lo fanno, ma non tutti), hanno paura dei loro possibili e importanti effetti collaterali, si rendono conto che non affrontando il problema li dovranno prendere per tutta la vita, si rendono conto che usandoli hanno solo un parziale sollievo per poi ripiombare nello stesso stato d’animo di sempre.</p>



<p><strong>E allora devono evitare di prenderli?</strong><strong><br></strong>Non necessariamente. Soprattutto all&#8217;inizio del percorso psicologico, prima di riacquistare un po’ di sicurezza in se stessi e nelle loro possibilità, possono anche affiancare la terapia farmacologica al percorso psicologico.</p>



<p>Altri invece non se la sentono di prendere gli psicofarmaci e preferiscono provare ad affrontare la situazione senza utilizzarli.</p>



<p>Io stessa, quando lo ritengo opportuno, consiglio di attenersi alla prescrizione del medico o di rivolgersi a uno psichiatra che possa prescrivere una terapia farmacologica più specifica e mirata. <strong>Il lavoro d&#8217;equipe tra psicologo, medico di base e psichiatra è la chiave per una guarigione solida e duratura.</strong></p>



<p><strong>L’avvertenza importante è di concordare con il medico qualsiasi variazione della terapia farmacologica</strong>, onde evitare pericolosi effetti di rimbalzo. Se si è iniziata una terapia, non si può sospendere bruscamente di propria iniziativa perché gli psicofarmaci possono creare importanti effetti collaterali non solo con l’assunzione ma anche con la sospensione.</p>



<p>In sintesi, l’ansia non è un nemico da abbattere a ogni costo, ma un messaggio che il nostro corpo ci invia <strong>per dirci che qualcosa, nella nostra vita, richiede attenzione</strong>.</p>



<p>Mettere a tacere quel messaggio con <strong>un farmaco può essere necessario in una fase acuta</strong>, ma imparare a decifrarlo è l&#8217;unico modo per tornare davvero a essere padroni della propria serenità. <strong>La terapia non è “parlare del passato”, è costruire e appropriarsi degli strumenti per il proprio benessere.</strong></p>



<p><strong><em>Dott.ssa Ginevra Roberta Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</em></strong></p>



<p><strong><em>Riceve online. Per info: info@ginevracardinal.com</em></strong></p>



<p></p>
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		<title>COSA SUCCEDE QUANDO UN SOGGETTO ANSIOSO RICORRE ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE?</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/ansia-e-uso-abuso-intelligenza-artificiale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 08:18:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[I miei pazienti che soffrono di ansia sono spesso dei grandi fruitori di intelligenza artificiale, il che è naturale e comprensibile perché chi è ansioso cerca rassicurazioni, preferibilmente immediate e che richiedono poco dispendio di tempo, energie e denaro. Ma ricorrere all’IA fa bene o male a chi soffre di ansia?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</p>



<p>I miei pazienti che soffrono di ansia sono spesso dei grandi fruitori di intelligenza artificiale, il che è naturale e comprensibile perché chi è ansioso cerca rassicurazioni, preferibilmente immediate e che richiedono poco dispendio di tempo, energie e denaro.</p>



<p>Se un soggetto ipocondriaco prenotasse esami diagnostici e visite specialistiche per ogni suo dubbio, spenderebbe un patrimonio in termini economici e di tempo, e vivrebbe in ansia l’attesa di ogni appuntamento e ogni referto. Allora cosa fa? Intanto chiede all’IA.<br>Lo stesso accade a chi, a causa dell&#8217;ansia, ha spesso dubbi legali, finanziari e di qualsiasi altro tipo.</p>



<p><strong>Ma ricorrere all’IA fa bene o male a chi soffre di ansia?</strong><br>L&#8217;IA può agire sia come un temporaneo sedativo che come un pericoloso amplificatore.</p>



<p>Un mio paziente che soffre di ansia generalizzata e attacchi di panico mi ha raccontato quanto e come <strong>usa l’IA per provare a placare la sua agitazione</strong> e dal racconto sono emersi <strong>due punti fondamentali:</strong> il primo è che non sta traendo alcun beneficio per la sua ansia dall’utilizzo dell’IA, il secondo è che l’utilizzo dell’AI sta diventando esso stesso un problema perché non riesce a farne a meno e vi ricorre per ogni piccola cosa.</p>



<p><strong>Io glielo ho spiegato così: </strong>è come se tu, quando tu sei in preda all’ansia, chiedessi rassicurazioni a una persona molto più ansiosa di te. Immagina di avvertire un dolore insolito, avere un attacco d’ansia e chiedere aiuto a un tuo amico ipocondriaco. Come minimo ti direbbe di andare al Pronto Soccorso, di fare una TAC d’urgenza e che potrebbe essere il sintomo di una patologia molto grave. Ecco, tu interpellando compulsivamente l’IA, stai rivolgendoti a un amico in pieno attacco di panico.<br>Perché dico questo?<br>Innanzitutto, <strong>cosa cerchiamo usando l’IA? Certezze. </strong>Ma se siamo ansiosi le certezze non sono mai abbastanza quindi entriamo in un circolo vizioso di ricerche e rassicurazioni che non ci rassicurano mai abbastanza.</p>



<p><strong>E cosa troviamo?</strong> Oltre alle certezze spesso troviamo altre fonti di ansia.</p>



<p>Se chiediamo spiegazioni all&#8217;IA, ci fornirà numerose spiegazioni, e se siamo ansiosi ci focalizzeremo sulla più negativa, ignorando le altre nove.</p>



<p><strong>C’è anche un altro aspetto da non sottovalutare: </strong>l’algoritmo, per sua natura, cerca solo di compiacere l&#8217;utente o completare statisticamente una frase. Quindi tenderà ad assecondarci nelle nostre paure e quindi, anziché ridimensionarle e portarci ad affrontarle con quella lucidità che in quel momento ci manca, tenderà invece ad amplificarle e a generarne di nuove.</p>



<p>Uno specialista non solo sa cosa risponderti ma soprattutto sa cosa chiederti e questo <strong>sembra un dettaglio trascurabile, ma in realtà è fondamentale</strong>. Lo studio e soprattutto l’esperienza permettono al professionista di sapere esattamente cosa andare a indagare e come modificarlo a seconda della persona che ha di fronte. È questa la differenza fondamentale tra l’AI e una persona competente.</p>



<p><strong>Perché un paziente che ha fatto mille ricerche con l&#8217;AI quando arriva da me mi dice: </strong>“Sto malissimo, sono in ansia, non dormo” e durante la seduta lo vedo che piano piano di tranquillizza? Perché quello che facciamo durante la seduta lo costruiamo insieme su di lui e con la forza non solo della mia esperienza, ma anche della mia capacità di ascolto. E l&#8217;ascolto non è un semplice “sento quello che dici”, ma è “ti ascolto, comprendo, rifletto, elaboro e quindi ti aiuto”. </p>



<p><strong>Quindi l’intelligenza artificiale è utile per l’ansia?</strong><br>Quasi mai. A volte è un palliativo, a volte è anche dannosa, a volte diventa addirittura essa stessa un ulteriore problema da risolvere.</p>



<p>L’IA, <strong>come ogni strumento a nostra disposizione, può essere utile se </strong>comprendiamo anche e soprattutto i suoi limiti, e se comprendiamo che abusarne può creare l’effetto contrario ed essere nocivo soprattutto per i disturbi dell’umore che sono un terreno delicato che va trattato con cura ed estrema attenzione.</p>



<p><strong><em>Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</em></strong><br><strong><em>Riceve online. Per info: info@ginevracardinal.com</em><br><br></strong></p>
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		<title>SE SOFFRI DI EMICRANIA CRONICA DEVI ANDARE DALLO PSICOLOGO?</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/se-soffri-di-emicrania-cronica-devi-andare-dallo-psicologo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Oct 2025 14:36:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Molti pazienti emicranici, non rispondendo alle profilassi, si sono sentiti dire di andare dallo psicologo. Credo che questo sia un passaggio molto delicato che merita attenzione e chiarezza. Far passare il messaggio che il paziente sia responsabile del fallimento della profilassi significa non solo scaricare le responsabilità, ma anche e soprattutto caricarlo di un senso di colpa che non può far altro che aggravare la sua situazione.]]></description>
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<p>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</p>



<p>Molti pazienti emicranici, non rispondendo alle profilassi, si sono sentiti dire di andare dallo psicologo. Credo che questo sia un passaggio molto delicato che merita attenzione e chiarezza.</p>



<p>Da psicologa, ma anche da paziente emicrania cronica, ritengo che l’emicrania non si possa curare dallo psicologo. Non tutti rispondiamo allo stesso modo alle terapie farmacologiche e questo non dipende da noi o dal nostro approccio mentale. <strong>Far passare il messaggio che il paziente sia responsabile del fallimento della profilassi significa non solo scaricare le responsabilità, ma anche e soprattutto caricarlo di un senso di colpa che non può far altro che aggravare la sua situazione.</strong></p>



<p><strong>Un percorso psicologico può aiutare il paziente emicranico? Sì, moltissimo</strong>, ma può aiutarlo nella gestione delle emozioni legate a questa patologia, non a contrastare gli attacchi di emicrania. Dopo, ma solo come passaggio successivo, può avere giovamento anche a livello di riduzione di attacchi e di intensità perché c’è anche (anche, non solo) <strong>una componente psicologica che può influire sui sintomi della malattia.</strong>&nbsp;</p>



<p>Io aiuto e ho aiutato molte persone ad affrontare tanti e importanti problemi correlati alla malattia cronica e al dolore cronico perché sono condizioni che hanno molte implicazioni e possono essere fortemente invalidanti. Quindi un percorso psicologico può sicuramente aiutare ad avere una vita più vivibile proprio in pazienti che giustamente si ritrovano spesso a dire e a pensare: “Questa non è vita!”. Una volta affrontati questi aspetti, si può anche avere un giovamento sulla propria condizione fisica perché certamente <strong>dolore fisico e dolore psicologico sono strettamente correlati influenzandosi a vicenda</strong>.</p>



<p>L’ideale sarebbe sempre <strong>lavorare contemporaneamente su tutti e due i fronti, entrambi importanti: quello psicologico e quello fisico.</strong>&nbsp;</p>



<p>Non dirò mai a un mio paziente di non andare dal neurologo o di non continuare a cercare la cura adatta per lui o di fare un percorso psicologico anziché prendere i farmaci per l’emicrania, anzi, <strong>grazie al supporto psicologico il paziente spesso riacquista la lucidità e la forza </strong>per fare tutto ciò che è nelle sue possibilità e anche per tenere testa a medici poco comprensivi o disponibili.</p>



<p>Io stessa, al fallimento dell’ennesima profilassi per l’emicrania cronica, mi sono sentita dire: “Signora, se lei non ha risposto a queste terapie, deve andare dallo psicologo”. Sorvolando sui modi di alcuni medici, io sono una psicologa, figuriamoci se mi risparmio di andare dallo psicologo, sono sempre pronta e disposta a mettermi in gioco, credo nella psicologia e ne vedo ogni giorno l’immenso potere, però non si può delegare tutto a quello, non è corretto.</p>



<p>Credo che ognuno debba assumersi le proprie responsabilità e una collaborazione tra professionisti e pazienti sia fondamentale per poter aiutare ogni paziente, anche quello più difficile, anzi, soprattutto quello, perché è proprio lui che ha maggiore bisogno di attenzione e di comprensione. <strong>Molti pazienti si sentono incompresi, abbandonati, e si sentono in colpa per colpe che non hanno.</strong></p>



<p><strong><em>Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</em></strong><br><strong><em>Riceve online. Per info: info@ginevracardinal.com</em></strong></p>
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		<item>
		<title>L’EMICRANIA CRONICA NON È UN MAL DI TESTA</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/lemicrania-cronica-non-e-un-mal-di-testa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Aug 2025 12:58:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’emicrania è una patologia neurologica e non ha niente a che fare con quello che può essere per molti un comune mal di testa.
L’emicrania è una cefalea primaria, cioè non è causata da altre condizioni o malattie, ma essa stessa è una malattia.
L'emicrania è definita “cronica” quando presenta sintomi per almeno 15 giorni al mese per 3 mesi consecutivi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice<br></p>



<p><strong>L’emicrania è una patologia neurologica</strong> e non ha niente a che fare con quello che può essere per molti un comune mal di testa.<br>L’emicrania <strong>è una cefalea primaria, cioè non è causata da altre condizioni </strong>o malattie, ma essa stessa è una malattia.<br>Per esempio, se soffri di sinusite e questo ti provoca un dolore alla testa, quella è una cefalea secondaria, cioè causata da un’altra condizione.<br><strong>Quando mi chiedono: “Ma ancora non hanno capito la causa dei tuoi attacchi di emicrania?”. Sì, la causa è l’emicrania.</strong></p>



<p>L’emicrania è una malattia neurologica invalidante,<strong> dall’emicrania non si guarisce</strong>.&nbsp;</p>



<p>L’emicrania si può solo gestire. Ci sono farmaci che possono contrastare il dolore o ridurne la frequenza o l’intensità, ma non sono efficaci per tutti o spesso non lo sono del tutto, magari alleviano il dolore ma non lo fanno scomparire, oppure lo fanno scomparire ma poi ricompare.<br>Moltissime persone soffrono di emicrania e una parte di esse soffre di emicrania cronica.<br><br><strong>L&#8217;emicrania è definita “cronica” quando presenta sintomi per almeno 15 giorni al mese per 3 mesi consecutivi.<br></strong>Avere dolore per almeno 15 giorni al mese significa che almeno un giorno sì e un giorno no sei bloccato dal dolore, che può accompagnarsi a nausea, vomito, sensibilità alla luce e altri sintomi. Ma sottolineo “almeno”. Questo significa che <strong>ci sono persone in cui il dolore è ancora più frequente, per alcuni è quotidiano, per alcuni è quotidiano e continuo, cioè non scompare mai.</strong></p>



<p>Io sono una di queste persone: sono anni che non conosco l’assenza di dolore,<strong> il dolore varia di intensità ma non scompare mai</strong>, mi ci sveglio la mattina, mi accompagna durante il giorno, ci vado a dormire la sera e a volte mi sveglia in piena notte perché è troppo forte e mi impedisce di dormire. La cosa triste è che ci sono molte persone come me.</p>



<p>Da anni ho iniziato ad approfondire questo tema anche dal punto di vista psicologico per poter offrire supporto a chi vive questa condizione e ogni giorno ho a che fare con persone che lottano quotidianamente con il dolore. Giorni fa una paziente mi ha detto:<strong> “Io non ricordo l’ultima volta in cui ho detto: «Oggi mi sento bene!».</strong> E ho capito perfettamente ciò che intendeva, l’ho capito bene e forse è vero che chi non l’ha provato non può comprenderlo fino in fondo.</p>



<p>Essendo l’emicrania una malattia molto diffusa, ci sono continui studi e spesso arrivano nuovi farmaci, non solo da prendere “al sintomo” per contrastare l’attacco, ma anche da assumere come profilassi per ridurre la frequenza degli attacchi in chi soffre di emicrania cronica. Questi farmaci però non sono efficaci per tutti o lo sono solo parzialmente o lo sono per un periodo e poi “non funzionano più”. <strong>Spesso questi farmaci hanno anche importanti effetti collaterali </strong>e allora capita di trovare quello che finalmente ti riduce la frequenza degli attacchi di emicrania ma ti provoca effetti collaterali più gravi dell’emicrania stessa.</p>



<p>Io negli anni ho provato tantissime terapie farmacologiche e molte di esse mi hanno provocato importanti reazioni avverse, e allora oltre che con il dolore alla testa puoi ritrovarti a combattere con vertigini, insonnia, tachicardia, incubi, visioni, disturbi gastrointestinali, debolezza, confusione mentale, attacchi di ansia, depressione, agitazione, spossatezza, sonnolenza e molto altro.</p>



<p><strong>L’emicrania cronica ti debilita fisicamente e psicologicamente. </strong>Combattere continuamente contro il dolore è estenuante, e allora c’è chi si isola, chi si chiude in sé stesso, chi è sempre nervoso e irascibile, chi cade in depressione, chi soffre di ansia. C’è anche chi riesce a fare <strong>una vita apparentemente normale, ma lo fa con estrema fatica.</strong><br><br>Io stessa aiuto tante persone che come me lottano quotidianamente con il dolore, le aiuto ad affrontarlo nel modo “migliore” possibile, a non lasciarsi sopraffare, a capire fin dove sforzarsi e dove invece lasciare andare, a non sentirsi in colpa per non riuscire ad essere &#8220;presenti&#8221;, a capire che anche se spesso ci ritroviamo a dire <strong>“Questa non è vita”</strong>, anche questa è vita e può essere vissuta.</p>



<p>Convivere con l’emicrania cronica non è affatto facile, ma è possibile. E allora noi che ne soffriamo facciamo il possibile. A volte anche l’impossibile.</p>



<p><strong>Se hai a che fare con una persona che soffre di emicrania cronica</strong>, prima di stigmatizzarla, prima di etichettarla come &#8220;lavativa&#8221;  o come &#8220;inaffidabile&#8221; o come &#8220;pigra&#8221;, prova solo per un attimo a metterti nei suoi panni, prova a immaginare di lottare continuamente contro il dolore fisico, che porta con sé anche il dolore psicologico. Prova a capire che non basta sforzarsi, non basta voler reagire e che non è mancanza di volontà. <strong>Chi soffre di emicrania non è svogliato o asociale o pigro, chi soffre di emicrania è malato.</strong></p>



<p><strong>Se invece soffri di emicrania cronica, sappi che c&#8217;è qualcuno che può capirti e c&#8217;è anche qualcuno che può aiutarti. </strong>Non esitare mai a chiedere aiuto: a medici, specialisti, psicologi, familiari, associazioni. Non è facile trovare qualcuno che possa aiutarti, ma non è neanche impossibile. Io in alcuni momenti avrei voluto arrendermi, e forse succederà ancora, ma poi la forza la ritroviamo sempre, anche se siamo stremati, anche se avremmo solo bisogno di un po&#8217; di pace.</p>



<p><strong><em>Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</em></strong><br><strong><em>Riceve online. Per info: info@ginevracardinal.com</em></strong></p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>MALATTIA CRONICA E SENSO DI COLPA</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/malattia-cronica-e-senso-di-colpa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Aug 2025 13:32:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Ginevra Cardinaletti]]></category>
		<category><![CDATA[cefalea cronica]]></category>
		<category><![CDATA[cefalea e depressione]]></category>
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		<category><![CDATA[dolore cronico]]></category>
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		<category><![CDATA[supporto psicologico per malattia cronica]]></category>
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					<description><![CDATA[Ogni giorno mi confronto con persone che vivono la propria malattia, sia essa fisica che psicologica (spesso entrambe perché correlate), con senso di colpa.
Dall’esterno, dal punto di vista di chi non vive la malattia, potrà sembrare strano che ci si senta in colpa per la propria condizione di malato e invece succede molto più spesso di quanto si pensi e questo non fa che peggiorare una situazione già difficile da gestire per chi soffre.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</p>



<p>Ogni giorno mi confronto con persone che vivono la propria malattia, sia essa fisica che psicologica (spesso entrambe perché correlate), con senso di colpa.<br>Dall’esterno, dal punto di vista di chi non vive la malattia, potrà sembrare strano che ci si senta in colpa per la propria condizione di malato e invece <strong>succede molto più spesso di quanto si pensi </strong>e questo non fa che peggiorare una situazione già difficile da gestire per chi soffre.<br>Per comprendere meglio cosa accade nella testa di noi (mi ci metto anche io, in quanto emicranica cronica) malati, credo che si possa distinguere tra due importanti dinamiche.</p>



<p><strong>La prima riguarda la nostra impossibilità a partecipare attivamente alla vita innanzitutto familiare, ma anche sociale e lavorativa. </strong>Razionalmente non dipende da noi, ma ci sentiamo in colpa perchè vorremmo essere più utili, più presenti, più collaborativi. Vedere che un nostro familiare deve occuparsi da solo di alcune o molte incombenze, può crearci disagio, farci sentire responsabili di un eccessivo carico di lavoro, di impegni e a volte di responsabilità che avremmo voluto condividere e gestire insieme.<br>Allo stesso modo non è piacevole non poter partecipare a eventi importanti; a questo proposito proprio in questi giorni una mia paziente mi ha detto: “Non ho potuto essere presente alla laurea di mia figlia, questo mi distrugge, <strong>non era questa la mamma che volevo essere</strong>”. È ovvio che non fosse colpa sua, ma capisco perfettamente il suo sconforto. La malattia a volte ci fa perdere i momenti più importanti dei nostri cari, così come ci fa perdere la parte collaborativa e partecipativa del nucleo familiare, sociale e professionale. <strong>La malattia ci mette ai margini.</strong></p>



<p>Questo non partecipare però ci fa sempre chiedere quanto forse potremmo sforzarci, quanto potremmo fare di più, e allora qui entriamo nella seconda importante dinamica, quella del “Volere è potere”.</p>



<p>Spesso ci sentiamo dire <strong>“Devi reagire”, “Devi sforzarti”</strong> e cose del genere. A volte ci viene detto anche in modo brusco, “per il nostro bene”, “ per spronarci”. Ecco, questa è una questione veramente delicata che ha risvolti psicologici importanti. Il “volere è potere” e il reagire sono concetti importanti in cui credo molto e sono alla base di tante conquiste che possiamo fare. <strong>Bisogna capire però dove è il limite, dove è necessario constatare che qualcosa è al di fuori delle proprie oggettive possibilità.</strong></p>



<p>Accettare che qualcosa non è in nostro potere, non significa arrendersi, significa essere consapevoli e soprattutto non farsene una colpa: <strong>non dipende sempre tutto da noi</strong>.</p>



<p>Se non riusciamo a fare qualcosa, non significa necessariamente che non ci siamo impegnati abbastanza o che non abbiamo reagito, a volte significa semplicemente che non possiamo, che per noi e per la nostra condizione non è fattibile.</p>



<p>A volte è davvero difficile trovare il giusto punto di equilibrio,<strong> capire fin dove possiamo sforzarci e dove invece dobbiamo fermarci</strong>, lasciare andare.</p>



<p>Tutto questo e molto altro accade spesso nella testa di noi malati: “Vorrei non gravare sugli altri”, “Vorrei essere più presente”, “Vorrei non perdermi i momenti importanti”, “Vorrei fare di più”.</p>



<p>A volte la parte più difficile non è fare, la parte più difficile è proprio non fare niente.<br></p>



<p><strong><em>Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</em></strong><br><strong><em>Riceve online. Per info: info@ginevracardinal.com</em></strong></p>
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		<title>IL SENSO DI INADEGUATEZZA: QUANDO NON SI È MAI ABBASTANZA</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/il-senso-di-inadeguatezza-quando-non-si-e-mai-abbastanza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2025 12:50:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Ginevra Cardinaletti]]></category>
		<category><![CDATA[autostima]]></category>
		<category><![CDATA[bassa autostima]]></category>
		<category><![CDATA[insicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[percorso psicologico]]></category>
		<category><![CDATA[psicologa online]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia online]]></category>
		<category><![CDATA[vincere l'insicurezza]]></category>
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					<description><![CDATA[Il senso di inadeguatezza è quella sensazione persistente e logorante di non essere “abbastanza” – abbastanza bravi, intelligenti, attraenti, capaci. È una voce interiore che giudica, paragona e sminuisce, minando l’autostima e il benessere psicologico. Non si tratta semplicemente di insicurezza passeggera, ma di una percezione radicata che può influenzare profondamente il modo in cui una persona si relaziona con sé stessa e con il mondo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Cos&#8217;è il senso di inadeguatezza?</strong></h3>



<p>Il senso di inadeguatezza è quella sensazione persistente e logorante di non essere mai “abbastanza” – abbastanza bravi, intelligenti, attraenti, capaci.<strong> È una voce interiore che giudica, paragona e sminuisce, minando l’autostima e il benessere psicologico.</strong> Non si tratta semplicemente di insicurezza passeggera, ma di una percezione radicata che può influenzare profondamente il modo in cui una persona si relaziona con se stessa e con gli altri.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Chi colpisce?</strong></h3>



<p>Questa sensazione <strong>può colpire chiunque, a qualsiasi età. Adulti con carriere affermate, studenti universitari, genitori, adolescenti. Probabilmente più spesso le donne rispetto agli uomini</strong>. Ho incontrato donne che, nonostante i traguardi raggiunti, si sentivano continuamente inadeguate, completamente incapaci di riconoscere i propri risultatie soprattutto il proprio valore. Spesso chi è più sensibile, perfezionista o cresciuto in ambienti critici o molto esigenti è più vulnerabile.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le possibili cause</strong></h3>



<p>Il senso di inadeguatezza ha origini complesse e multifattoriali. Tra le cause più comuni:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Educazione e infanzia</strong>: crescere con genitori ipercritici o emotivamente assenti può favorire la convinzione di non essere mai abbastanza.<br></li>



<li><strong>Esperienze scolastiche o sociali</strong>: il confronto con gli altri e i giudizi ricevuti possono radicare la sensazione di inferiorità.<br></li>



<li><strong>Società e social media</strong>: l’ideale di perfezione continuamente proposto dai media può alimentare un costante senso di confronto e inadeguatezza.<br></li>



<li><strong>Traumi e fallimenti</strong>: eventi dolorosi o fallimenti significativi possono rafforzare la convinzione di non essere all’altezza.<br></li>
</ul>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Cosa può fare un percorso psicologico?</strong></h3>



<p>Un percorso psicologico può essere trasformativo. Intraprenderlo significa avere<strong> l’opportunità di costruire una nuova percezione di sé.</strong> Con il tempo, le persone iniziano a riconoscere e mettere in discussione le proprie percezioni distorte, imparano a prendersi cura della propria parte più fragile e sviluppano un’immagine più realistica e gentile di sé. <strong>Non è facile essere gentili con noi stessi, ma lo si può imparare.</strong></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La mia esperienza</strong></h3>



<p>Quello del senso di inadeguatezza è un tema che mi sta particolarmente a cuore, che approfondisco da decenni e che, nella mia esperienza, è ancora troppo spesso sottovalutato. Il senso di inadeguatezza ha la capacità e la prepotenza di tarpare le ali e di essere invalidante. Ogni giorno aiuto persone a riconoscere il proprio valore e a mettere a frutto le proprie potenzialità e i propri talenti. È bello vedere <strong>come una persona possa letteralmente trasformarsi, acquistare quella fiducia in sé</strong> e quella consapevolezza del proprio essere che aveva perso o, spesso, non aveva mai avuto prima. Ci sono donne e uomini che scoprono che stavano vivendo all’1% delle proprie potenzialità e finalmente fioriscono.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Cosa serve per cambiare?</strong></h3>



<p>Cosa serve per poter intraprendere questo cambiamento?<strong> Fiducia e determinazione</strong>. Con l’aiuto di uno psicologo è veramente possibile fare un cambiamento radicale che influisce in modo profondo sulla qualità della propria vita, dai rapporti interpersonali al rapporto con sé stessi. Per poter permettere che questo avvenga, da parte del paziente occorre soltanto avere fiducia nel percorso che sta facendo ed essere determinato nel portarlo avanti. È questa l’essenza del cambiamento psicologico: il coraggio di affrontare le proprie fragilità per diventare ciò che davvero si desidera essere e scoprire ciò che si è davvero.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Conclusioni</strong></h3>



<p><strong>Il senso di inadeguatezza non è una condanna, ma un messaggio da ascoltare. </strong>Un invito a fermarsi, riflettere e, se necessario, chiedere aiuto. <strong>Lavorare su di sé è un atto di cura e coraggio. Nessuno dovrebbe sentirsi solo nella propria fatica interiore.</strong> La psicologia può essere quel luogo dove imparare, passo dopo passo, a sentirsi finalmente “abbastanza”.<br><br><em>Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa<br>Esperta in autostima, ansia, relazioni e crescita personale<br>Riceve online. Per info: <a href="mailto:info@ginevracardinal.com">info@ginevracardinal.com</a></em></p>
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		<item>
		<title>IL SUPPORTO PSICOLOGICO NELLA MALATTIA CRONICA</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/il-supporto-psicologico-nella-malattia-cronica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jun 2025 09:34:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Ginevra Cardinaletti]]></category>
		<category><![CDATA[emicrania cronica e depressione]]></category>
		<category><![CDATA[emicrania e ansia]]></category>
		<category><![CDATA[emicrania e disturbi dell'umore]]></category>
		<category><![CDATA[fibromialgia e supporto psicologico]]></category>
		<category><![CDATA[malattia cronica e supporto psicologico]]></category>
		<category><![CDATA[psicologa per malattia cronica]]></category>
		<category><![CDATA[supporto psicologico per malattia cronica]]></category>
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					<description><![CDATA[Affrontare una malattia cronica significa spesso convivere con una condizione che cambia profondamente la qualità della vita. Il supporto psicologico, in questi casi, può rappresentare un punto di riferimento essenziale non solo per il paziente, ma anche per i familiari coinvolti. In questo articolo desidero condividere l’importanza dell’aiuto psicologico in presenza di patologie croniche, i disturbi emotivi più frequenti associati e alcuni esempi tratti dalla mia esperienza professionale.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><br></strong><em>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti</em></p>



<p>Affrontare una malattia cronica significa spesso convivere con una condizione che cambia profondamente la qualità della vita. <strong>Il supporto psicologico, in questi casi, può rappresentare un punto di riferimento essenziale non solo per il paziente, ma anche per i familiari coinvolti</strong>. In questo articolo desidero condividere l’importanza dell’aiuto psicologico in presenza di patologie croniche, i disturbi emotivi più frequenti associati e alcuni esempi tratti dalla mia esperienza professionale.</p>



<p><strong>Le malattie croniche</strong></p>



<p>Le malattie croniche sono condizioni mediche che si protraggono nel tempo (spesso per tutta la vita) e che richiedono un monitoraggio continuo. Tra le più comuni troviamo:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Diabete mellito</li>



<li>Fibromialgia</li>



<li>Malattie oncologiche in fase cronica</li>



<li>Cefalea cronica</li>



<li>Sclerosi multipla</li>



<li>Artrite reumatoide</li>



<li>Malattie infiammatorie croniche intestinali (es. Morbo di Crohn, colite ulcerosa)</li>



<li>Malattie cardiovascolari</li>
</ul>



<p>Oltre ai sintomi fisici, queste patologie possono avere un impatto profondo sul benessere psicologico.</p>



<p><strong>I disturbi psicologici associati</strong></p>



<p>Chi convive con una malattia cronica affronta quotidianamente limitazioni, dolore, incertezza sul futuro, interruzioni nella vita lavorativa e sociale. Non è raro che emergano:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Ansia</strong> (in particolare ansia anticipatoria legata ai sintomi)</li>



<li><strong>Depressione</strong></li>



<li><strong>Disturbi del sonno</strong></li>



<li><strong>Disturbi dell’adattamento</strong></li>



<li><strong>Calo dell’autostima</strong></li>



<li><strong>Isolamento sociale</strong><br></li>
</ul>



<p></p>



<p><strong>Il circolo vizioso</strong><br><strong><br></strong>La presenza di una malattia cronica può causare uno o più disturbi psicologici che a loro volta possono avere effetti negativi sulla malattia stessa.<br>Ad esempio, una persona con diabete può sviluppare anche depressione, che a sua volta incide negativamente sulla gestione della glicemia, creando un circolo vizioso.<br>Oppure <strong>una persona che soffre di emicrania cronica può sviluppare attacchi di ansia che a loro volta possono innescare l’attacco </strong>di emicrania influendo anche sulla frequenza e sull’intensità.</p>



<p><strong>Come il supporto psicologico può aiutare</strong></p>



<p>Il percorso psicologico ha l’obiettivo di aiutare la persona a riacquistare il senso di controllo sulla propria vita, nonostante la malattia. Gli strumenti più utili includono:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Psicoeducazione</strong>: comprendere il legame tra emozioni e sintomi fisici</li>



<li><strong>Gestione dello stress e del dolore</strong>: tecniche di rilassamento, mindfulness e training autogeno</li>



<li><strong>Sostegno emotivo</strong>: uno spazio in cui sentirsi accolti, ascoltati, non giudicati, compresi</li>



<li><strong>Ristrutturazione cognitiva</strong>: lavorare sui pensieri disfunzionali legati alla malattia (“Non valgo più nulla”, “Non posso più essere felice”)</li>



<li><strong>Lavoro sull’identità personale</strong>: ricostruire un&#8217;immagine di sé che integri anche la condizione cronica<br></li>
</ul>



<p></p>



<p><strong>Supporto psicologico online</strong></p>



<p>Il setting online rappresenta un’importante svolta nel supporto psicologico alle persone affette da malattie croniche, infatti <strong>permette di raggiungere anche chi ha difficoltà a spostarsi, a uscire di casa, a muoversi autonomamente, ad affrontare situazioni stressanti e stancanti</strong> come il traffico o la guida o i mezzi di trasporto pubblico. Poter fare colloqui psicologici online rimanendo a casa per molte persone è una risorsa fondamentale.</p>



<p><strong>Esempi pratici nella mia esperienza</strong><br><strong><br></strong>Ho seguito e seguo tuttora pazienti con patologie croniche, in particolare emicrania cronica, fibromialgia e malattie oncologiche. Da malata cronica e da psicologa posso affermare che sentirsi ascoltati e soprattutto compresi è una risorsa fondamentale per chi soffre. Spesso con i miei pazienti porto il mio esempio personale, offro loro degli spunti raccontando come ho affrontato e affronto i numerosi problemi legati alla mia patologia, e <strong>questo li aiuta ad aprirsi, a sentirsi meno esclusi, meno soli, meno incompresi</strong>. Una volta che si sentono compresi è più facile per loro avere fiducia nel percorso che stanno intraprendendo ed è possibile mettersi in gioco e attuare quel cambiamento che può aiutarli a migliorare la qualità della loro vita.</p>



<p><strong>Conclusioni</strong></p>



<p>Una <strong>malattia cronica cambia il corpo, ma anche la mente. Non sempre possiamo guarire, ma possiamo guarire il modo in cui viviamo la malattia</strong>. Il supporto psicologico offre gli strumenti per affrontare la sfida, ritrovare significato e qualità nella propria vita, e migliorare persino l’aderenza alle terapie mediche. Se senti che il peso della tua condizione sta diventando troppo pesante da portare da solo, sappi che non lo sei: chiedere aiuto è già un atto di grande coraggio e determinazione.</p>



<p><em>Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti – Psicologa<br>Riceve online. Per info: <a href="mailto:info@ginevracardinal.com">info@ginevracardinal.com</a></em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>IL SELF-DISCLOSURE: QUANDO LO PSICOLOGO PUÒ PARLARE DI SÉ</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/il-self-disclosure-quando-lo-psicologo-puo-parlare-di-se/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jun 2025 15:54:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Ginevra Cardinaletti]]></category>
		<category><![CDATA[cefalea e depressione]]></category>
		<category><![CDATA[emicrania cronica]]></category>
		<category><![CDATA[emicrania e depressione]]></category>
		<category><![CDATA[emicrania e psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[mal di testa e depressione]]></category>
		<category><![CDATA[percorso psicologico]]></category>
		<category><![CDATA[psicologa autostima]]></category>
		<category><![CDATA[psicologa malattia cronica]]></category>
		<category><![CDATA[psicologa online]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia online]]></category>
		<category><![CDATA[rapporto psicologo paziente]]></category>
		<category><![CDATA[rimedi per l'ansia]]></category>
		<category><![CDATA[self-disclosure]]></category>
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					<description><![CDATA[Il self-disclosure  (rivelazione di sé) è un termine che indica la condivisione, da parte dello specialista nell’ambito di un percorso psicologico, di aspetti personali, emozioni o esperienze vissute. Si tratta di un tema che ha suscitato, e suscita tuttora, un ampio dibattito poiché stride con l’immagine tradizionale dello psicologo come figura neutra e distante. Tuttavia, per alcuni, con i quali mi sento di concordare, il self-disclosure è considerato uno strumento potente, se usato con consapevolezza.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><br></strong><em>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti</em></p>



<p><strong>Cos’è il self-disclosure</strong></p>



<p>Il <em>self-disclosure</em> &nbsp;(<strong>rivelazione di sé</strong>) è un termine che indica la condivisione, da parte dello specialista nell’ambito di un percorso psicologico, di aspetti personali, emozioni o esperienze vissute. Si tratta di un tema che ha suscitato, e suscita tuttora, un ampio dibattito poiché stride con l’immagine tradizionale dello psicologo come figura neutra e distante. Tuttavia, per alcuni, con i quali mi sento di concordare, <strong>il self-disclosure è considerato uno strumento potente, se usato con consapevolezza.</strong></p>



<p><strong>Quando è utile</strong></p>



<p>Il self-disclosure può essere utile quando contribuisce a normalizzare un’esperienza del paziente o a creare un clima di autenticità nella relazione. In alcuni momenti, <strong>sapere che anche lo psicologo ha vissuto esperienze simili può aiutare il paziente a sentirsi meno solo o giudicato, oppure può aprire nuove prospettive di riflessione.</strong> L&#8217;importante è che la condivisione sia sempre finalizzata al benessere del paziente e non a un bisogno del professionista.</p>



<p><strong>Quando può essere controproducente</strong></p>



<p>Tuttavia, il self-disclosure può diventare controproducente, e quindi inadeguato, se usato in modo impulsivo, non calibrato o se sposta il focus della seduta sullo psicologo piuttosto che sul paziente. Un altro rischio è che il paziente si senta in dovere di prendersi cura del terapeuta, rompendo così il setting asimmetrico e protetto della terapia.<br>Per questo motivo, <strong>ogni atto di self-disclosure richiede una profonda riflessione da parte del professionista</strong>, sia prima che dopo averlo effettuato, valutando l’impatto reale sul percorso psicologico del paziente.</p>



<p><strong>Esempi pratici nella mia esperienza</strong></p>



<p>Quando lavoro <strong>con i miei pazienti sulla loro autostima, porto la mia esperienza personale, perché da una timidezza e insicurezza per me invalidanti, sono riuscita a fare un importante lavoro su me stessa</strong> fino a raggiungere traguardi che non avrei neanche osato sperare. Condividere con i miei pazienti il mio vissuto, li aiuta a prendere consapevolezza che quel cambiamento è qualcosa di fattibile e di tangibile, e questo è estremamente motivante per loro.</p>



<p>Allo stesso modo, <strong>alcuni miei pazienti soffrono di malattie croniche e si sono rivolti a me proprio perché, soffrendone anche io, si sentono compresi.</strong> Sanno che ho ben presente quello che stanno passando e io stessa faccio sì che questo possa portare un importante vantaggio per loro. Il disagio psicologico legato alla malattia cronica ha numerose sfaccettature spesso difficili da comprendere, e il risultato è che uno dei problemi principali per chi ne soffre è sentirsi incompreso, sentirsi distante dagli altri. Vivere in prima persona un’esperienza simile al mio paziente e metterla a sua disposizione è per me un valore aggiunto, un ulteriore e importante strumento di aiuto.</p>



<p><strong>Conclusione</strong></p>



<p>Il self-disclosure non è uno strumento da usare con leggerezza, ma può essere un ponte prezioso in un percorso psicologico. Usato con rispetto, attenzione e sensibilità, <strong>può aiutare il paziente a sentirsi compreso, accolto e meno solo, e fargli vedere come concretamente possibili i traguardi che si prefigge.</strong> Come tutto ciò che riguarda un percorso psicologico, richiede una valutazione costante del suo significato e del suo impatto, mantenendo sempre al centro il benessere e la crescita del paziente.</p>



<p><em>Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti – Psicologa<br>Riceve online. Per info: <a href="mailto:info@ginevracardinal.com">info@ginevracardinal.com</a></em></p>
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		<title>SE SEI DEPRESSO NON È COLPA TUA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Apr 2025 11:56:33 +0000</pubDate>
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Chi soffre di depressione si sente in colpa, pensa di esserne responsabile.]]></description>
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<p>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti</p>



<p>Tra tutti i miei pazienti che soffrono di depressione, indipendentemente dall’età, dalla forma di depressione, dalla qualità della loro vita e dalle loro abitudini, c’è quasi sempre una componente comune, quella del senso di colpa.<br><strong>Chi soffre di depressione si sente in colpa, pensa di esserne responsabile</strong>. Questo accade perché non riesce a individuarne una causa specifica e a questo si somma il fatto che le persone che lo circondano non riescono a comprendere questo stato. Spesso ci si sente chiedere: <strong>“Perché sei depresso?”, “Che cosa ti manca?”</strong>, oppure vengono fatte affermazioni come<strong> “Ma non ti manca niente!”, “Devi solo reagire!”</strong> e questo non fa che intensificare il senso di colpa, il sentirsi sbagliati, il sentire che non stiamo facendo abbastanza, che è colpa nostra, che dovremmo reagire, <strong>ma noi non ce la facciamo a reagire e non riusciamo a spiegarne il perché.<br></strong>Quindi, il primo fondamentale passo per poter affrontare una depressione è quello di accettarlo come un problema: accettarlo non significa non poterlo affrontare, non significa che sarà sempre così, significa che in questo momento abbiamo questo problema. Questo problema che <strong>è una patologia, è una patologia che può essere anche grave</strong>, che può essere totalmente invalidante e che non è colpa nostra perché <strong>ci sono tantissimi fattori che concorrono a generarla e ad alimentarla </strong>e spesso è difficile anche individuarli tutti, però sicuramente non dipendono tutti soltanto da noi.<br>Non è colpa nostra e inoltre è anche difficile da spiegare perché non c’è un sintomo fisico ben individuabile che si possa spiegare a chi non l’abbia provato. Ecco,<strong> la depressione è veramente molto difficile da comprendere se non l’hai provata.</strong><br>Io per la mia patologia cronica ho sempre preso moltissimi farmaci e molti hanno importanti effetti collaterali. I più frequenti riguardano i disturbi dell’umore, quindi ci sono farmaci che possono provocare ansia, depressione, angoscia, pensieri suicidi. Chiaramente sono farmaci che vengono continuamente monitorati dal paziente e dallo specialista che li prescrive. Bene, io alcuni di questi effetti collaterali, negli anni, li ho avuti: mi è capitato di avere un fortissima ansia, di provare angoscia, di essere depressa, e in quel momento non c’era un motivo per essere triste, avere paura, essere angosciata, però lo ero. <strong>Perché stai male? Non lo so, so solo che sto male. Perché sei triste? Non lo so, so solo che sono triste.</strong> È inutile dirsi o sentirsi dire: “Non hai nessun problema, non c’è niente di cui preoccuparti, devi stare tranquillo”. Lo so che devo stare tranquilla. <strong>Lo so che non c’è niente di cui preoccuparmi, lo so razionalmente, ma non lo so fino in fondo, perché sento che c’è qualcosa di cui preoccuparmi</strong>, sento che c’è qualcosa che può andare storto, sento che potrei perdere il controllo, sento che potrei impazzire.<br>Ecco, abbiamo tutte sensazioni che è difficile spiegare a chi non le ha provate o quantomeno non le abbia studiate a fondo. Io le ho studiate e le ho anche provate, quindi <strong>mi rendo perfettamente conto di quello che provano i miei pazienti</strong>, e probabilmente è proprio questo che mi aiuta ad aiutarli.<br>Dunque il primo passo è renderci conto che la depressione non è colpa nostra, il secondo è sapere che è una patologia e il terzo è quello che si fa con tutte le patologie di cui non è colpa nostra: se abbiamo il diabete andiamo dal diabetologo che ci prescrive dei farmaci e ci dà delle indicazione su nuove abitudini da inserire nella nostra quotidianità, delle cose da cambiare e altre da lasciare così come sono. <strong>Ecco, lo stesso succede con la depressione: ci si ci si rivolge a uno specialista.</strong> Nel mio caso, che sono una psicologa, il paziente viene da me, facciamo un percorso di sostegno psicologo con dei colloqui, delle riflessioni, a volte degli esercizi o delle tecniche di rilassamento o di respirazione o pratiche e “compiti” da svolgere. Ci sono anche casi in cui lo psicologo è bene che venga affiancato da uno psichiatra, soprattutto nella fase acuta della malattia, in attesa che il percorso psicologico inizi a dare i suoi frutti perché non è immediato, quindi si può valutare anche l’utilizzo di farmaci. Tutte cose che possono fare gli specialisti, proprio come in ogni altra malattia.<br><strong>Dunque una persona depressa è una persona che ha una patologia, spesso grave, è una persona che nella maggior parte dei casi non può semplicemente reagire da sola, non basta semplicemente distrarsi.<br></strong>Chi soffre di depressione deve rivolgersi a uno specialista, quello che ritiene più opportuno, può anche provarne più di uno: a volte è difficile <strong>trovare una persona che oltre a essere competente e professionale, ci faccia anche sentire a nostro agio, ci  faccia sentire compresi e ci faccia percepire che possiamo fidarci.</strong> A quel punto possiamo affidarci a quello o a quegli specialisti, e affrontare il nostro problema, la nostra malattia, esattamente come la affronta chiunque abbia un altro tipo di patologia.</p>
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