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	<title>Articoli di Ginevra Cardinaletti &#8211; Ginevra Cardinaletti</title>
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	<description>Psicologa online e scrittrice - Esperta in autostima</description>
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	<title>Articoli di Ginevra Cardinaletti &#8211; Ginevra Cardinaletti</title>
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		<title>SE SOFFRI DI EMICRANIA CRONICA DEVI ANDARE DALLO PSICOLOGO?</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/se-soffri-di-emicrania-cronica-devi-andare-dallo-psicologo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Oct 2025 14:36:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Ginevra Cardinaletti]]></category>
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					<description><![CDATA[Molti pazienti emicranici, non rispondendo alle profilassi, si sono sentiti dire di andare dallo psicologo. Credo che questo sia un passaggio molto delicato che merita attenzione e chiarezza. Far passare il messaggio che il paziente sia responsabile del fallimento della profilassi significa non solo scaricare le responsabilità, ma anche e soprattutto caricarlo di un senso di colpa che non può far altro che aggravare la sua situazione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</p>



<p>Molti pazienti emicranici, non rispondendo alle profilassi, si sono sentiti dire di andare dallo psicologo. Credo che questo sia un passaggio molto delicato che merita attenzione e chiarezza.</p>



<p>Da psicologa, ma anche da paziente emicrania cronica, ritengo che l’emicrania non si possa curare dallo psicologo. Non tutti rispondiamo allo stesso modo alle terapie farmacologiche e questo non dipende da noi o dal nostro approccio mentale. <strong>Far passare il messaggio che il paziente sia responsabile del fallimento della profilassi significa non solo scaricare le responsabilità, ma anche e soprattutto caricarlo di un senso di colpa che non può far altro che aggravare la sua situazione.</strong></p>



<p><strong>Un percorso psicologico può aiutare il paziente emicranico? Sì, moltissimo</strong>, ma può aiutarlo nella gestione delle emozioni legate a questa patologia, non a contrastare gli attacchi di emicrania. Dopo, ma solo come passaggio successivo, può avere giovamento anche a livello di riduzione di attacchi e di intensità perché c’è anche (anche, non solo) <strong>una componente psicologica che può influire sui sintomi della malattia.</strong>&nbsp;</p>



<p>Io aiuto e ho aiutato molte persone ad affrontare tanti e importanti problemi correlati alla malattia cronica e al dolore cronico perché sono condizioni che hanno molte implicazioni e possono essere fortemente invalidanti. Quindi un percorso psicologico può sicuramente aiutare ad avere una vita più vivibile proprio in pazienti che giustamente si ritrovano spesso a dire e a pensare: “Questa non è vita!”. Una volta affrontati questi aspetti, si può anche avere un giovamento sulla propria condizione fisica perché certamente <strong>dolore fisico e dolore psicologico sono strettamente correlati influenzandosi a vicenda</strong>.</p>



<p>L’ideale sarebbe sempre <strong>lavorare contemporaneamente su tutti e due i fronti, entrambi importanti: quello psicologico e quello fisico.</strong>&nbsp;</p>



<p>Non dirò mai a un mio paziente di non andare dal neurologo o di non continuare a cercare la cura adatta per lui o di fare un percorso psicologico anziché prendere i farmaci per l’emicrania, anzi, <strong>grazie al supporto psicologico il paziente spesso riacquista la lucidità e la forza </strong>per fare tutto ciò che è nelle sue possibilità e anche per tenere testa a medici poco comprensivi o disponibili.</p>



<p>Io stessa, al fallimento dell’ennesima profilassi per l’emicrania cronica, mi sono sentita dire: “Signora, se lei non ha risposto a queste terapie, deve andare dallo psicologo”. Sorvolando sui modi di alcuni medici, io sono una psicologa, figuriamoci se mi risparmio di andare dallo psicologo, sono sempre pronta e disposta a mettermi in gioco, credo nella psicologia e ne vedo ogni giorno l’immenso potere, però non si può delegare tutto a quello, non è corretto.</p>



<p>Credo che ognuno debba assumersi le proprie responsabilità e una collaborazione tra professionisti e pazienti sia fondamentale per poter aiutare ogni paziente, anche quello più difficile, anzi, soprattutto quello, perché è proprio lui che ha maggiore bisogno di attenzione e di comprensione. <strong>Molti pazienti si sentono incompresi, abbandonati, e si sentono in colpa per colpe che non hanno.</strong></p>



<p><strong><em>Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</em></strong><br><strong><em>Riceve online. Per info: info@ginevracardinal.com</em></strong></p>
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		<title>L’EMICRANIA CRONICA NON È UN MAL DI TESTA</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/lemicrania-cronica-non-e-un-mal-di-testa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Aug 2025 12:58:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’emicrania è una patologia neurologica e non ha niente a che fare con quello che può essere per molti un comune mal di testa.
L’emicrania è una cefalea primaria, cioè non è causata da altre condizioni o malattie, ma essa stessa è una malattia.
L'emicrania è definita “cronica” quando presenta sintomi per almeno 15 giorni al mese per 3 mesi consecutivi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice<br></p>



<p><strong>L’emicrania è una patologia neurologica</strong> e non ha niente a che fare con quello che può essere per molti un comune mal di testa.<br>L’emicrania <strong>è una cefalea primaria, cioè non è causata da altre condizioni </strong>o malattie, ma essa stessa è una malattia.<br>Per esempio, se soffri di sinusite e questo ti provoca un dolore alla testa, quella è una cefalea secondaria, cioè causata da un’altra condizione.<br><strong>Quando mi chiedono: “Ma ancora non hanno capito la causa dei tuoi attacchi di emicrania?”. Sì, la causa è l’emicrania.</strong></p>



<p>L’emicrania è una malattia neurologica invalidante,<strong> dall’emicrania non si guarisce</strong>.&nbsp;</p>



<p>L’emicrania si può solo gestire. Ci sono farmaci che possono contrastare il dolore o ridurne la frequenza o l’intensità, ma non sono efficaci per tutti o spesso non lo sono del tutto, magari alleviano il dolore ma non lo fanno scomparire, oppure lo fanno scomparire ma poi ricompare.<br>Moltissime persone soffrono di emicrania e una parte di esse soffre di emicrania cronica.<br><br><strong>L&#8217;emicrania è definita “cronica” quando presenta sintomi per almeno 15 giorni al mese per 3 mesi consecutivi.<br></strong>Avere dolore per almeno 15 giorni al mese significa che almeno un giorno sì e un giorno no sei bloccato dal dolore, che può accompagnarsi a nausea, vomito, sensibilità alla luce e altri sintomi. Ma sottolineo “almeno”. Questo significa che <strong>ci sono persone in cui il dolore è ancora più frequente, per alcuni è quotidiano, per alcuni è quotidiano e continuo, cioè non scompare mai.</strong></p>



<p>Io sono una di queste persone: sono anni che non conosco l’assenza di dolore,<strong> il dolore varia di intensità ma non scompare mai</strong>, mi ci sveglio la mattina, mi accompagna durante il giorno, ci vado a dormire la sera e a volte mi sveglia in piena notte perché è troppo forte e mi impedisce di dormire. La cosa triste è che ci sono molte persone come me.</p>



<p>Da anni ho iniziato ad approfondire questo tema anche dal punto di vista psicologico per poter offrire supporto a chi vive questa condizione e ogni giorno ho a che fare con persone che lottano quotidianamente con il dolore. Giorni fa una paziente mi ha detto:<strong> “Io non ricordo l’ultima volta in cui ho detto: «Oggi mi sento bene!».</strong> E ho capito perfettamente ciò che intendeva, l’ho capito bene e forse è vero che chi non l’ha provato non può comprenderlo fino in fondo.</p>



<p>Essendo l’emicrania una malattia molto diffusa, ci sono continui studi e spesso arrivano nuovi farmaci, non solo da prendere “al sintomo” per contrastare l’attacco, ma anche da assumere come profilassi per ridurre la frequenza degli attacchi in chi soffre di emicrania cronica. Questi farmaci però non sono efficaci per tutti o lo sono solo parzialmente o lo sono per un periodo e poi “non funzionano più”. <strong>Spesso questi farmaci hanno anche importanti effetti collaterali </strong>e allora capita di trovare quello che finalmente ti riduce la frequenza degli attacchi di emicrania ma ti provoca effetti collaterali più gravi dell’emicrania stessa.</p>



<p>Io negli anni ho provato tantissime terapie farmacologiche e molte di esse mi hanno provocato importanti reazioni avverse, e allora oltre che con il dolore alla testa puoi ritrovarti a combattere con vertigini, insonnia, tachicardia, incubi, visioni, disturbi gastrointestinali, debolezza, confusione mentale, attacchi di ansia, depressione, agitazione, spossatezza, sonnolenza e molto altro.</p>



<p><strong>L’emicrania cronica ti debilita fisicamente e psicologicamente. </strong>Combattere continuamente contro il dolore è estenuante, e allora c’è chi si isola, chi si chiude in sé stesso, chi è sempre nervoso e irascibile, chi cade in depressione, chi soffre di ansia. C’è anche chi riesce a fare <strong>una vita apparentemente normale, ma lo fa con estrema fatica.</strong><br><br>Io stessa aiuto tante persone che come me lottano quotidianamente con il dolore, le aiuto ad affrontarlo nel modo “migliore” possibile, a non lasciarsi sopraffare, a capire fin dove sforzarsi e dove invece lasciare andare, a non sentirsi in colpa per non riuscire ad essere &#8220;presenti&#8221;, a capire che anche se spesso ci ritroviamo a dire <strong>“Questa non è vita”</strong>, anche questa è vita e può essere vissuta.</p>



<p>Convivere con l’emicrania cronica non è affatto facile, ma è possibile. E allora noi che ne soffriamo facciamo il possibile. A volte anche l’impossibile.</p>



<p><strong>Se hai a che fare con una persona che soffre di emicrania cronica</strong>, prima di stigmatizzarla, prima di etichettarla come &#8220;lavativa&#8221;  o come &#8220;inaffidabile&#8221; o come &#8220;pigra&#8221;, prova solo per un attimo a metterti nei suoi panni, prova a immaginare di lottare continuamente contro il dolore fisico, che porta con sé anche il dolore psicologico. Prova a capire che non basta sforzarsi, non basta voler reagire e che non è mancanza di volontà. <strong>Chi soffre di emicrania non è svogliato o asociale o pigro, chi soffre di emicrania è malato.</strong></p>



<p><strong>Se invece soffri di emicrania cronica, sappi che c&#8217;è qualcuno che può capirti e c&#8217;è anche qualcuno che può aiutarti. </strong>Non esitare mai a chiedere aiuto: a medici, specialisti, psicologi, familiari, associazioni. Non è facile trovare qualcuno che possa aiutarti, ma non è neanche impossibile. Io in alcuni momenti avrei voluto arrendermi, e forse succederà ancora, ma poi la forza la ritroviamo sempre, anche se siamo stremati, anche se avremmo solo bisogno di un po&#8217; di pace.</p>



<p><strong><em>Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</em></strong><br><strong><em>Riceve online. Per info: info@ginevracardinal.com</em></strong></p>



<p></p>
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		<title>MALATTIA CRONICA E SENSO DI COLPA</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/malattia-cronica-e-senso-di-colpa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Aug 2025 13:32:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Ginevra Cardinaletti]]></category>
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					<description><![CDATA[Ogni giorno mi confronto con persone che vivono la propria malattia, sia essa fisica che psicologica (spesso entrambe perché correlate), con senso di colpa.
Dall’esterno, dal punto di vista di chi non vive la malattia, potrà sembrare strano che ci si senta in colpa per la propria condizione di malato e invece succede molto più spesso di quanto si pensi e questo non fa che peggiorare una situazione già difficile da gestire per chi soffre.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</p>



<p>Ogni giorno mi confronto con persone che vivono la propria malattia, sia essa fisica che psicologica (spesso entrambe perché correlate), con senso di colpa.<br>Dall’esterno, dal punto di vista di chi non vive la malattia, potrà sembrare strano che ci si senta in colpa per la propria condizione di malato e invece <strong>succede molto più spesso di quanto si pensi </strong>e questo non fa che peggiorare una situazione già difficile da gestire per chi soffre.<br>Per comprendere meglio cosa accade nella testa di noi (mi ci metto anche io, in quanto emicranica cronica) malati, credo che si possa distinguere tra due importanti dinamiche.</p>



<p><strong>La prima riguarda la nostra impossibilità a partecipare attivamente alla vita innanzitutto familiare, ma anche sociale e lavorativa. </strong>Razionalmente non dipende da noi, ma ci sentiamo in colpa perchè vorremmo essere più utili, più presenti, più collaborativi. Vedere che un nostro familiare deve occuparsi da solo di alcune o molte incombenze, può crearci disagio, farci sentire responsabili di un eccessivo carico di lavoro, di impegni e a volte di responsabilità che avremmo voluto condividere e gestire insieme.<br>Allo stesso modo non è piacevole non poter partecipare a eventi importanti; a questo proposito proprio in questi giorni una mia paziente mi ha detto: “Non ho potuto essere presente alla laurea di mia figlia, questo mi distrugge, <strong>non era questa la mamma che volevo essere</strong>”. È ovvio che non fosse colpa sua, ma capisco perfettamente il suo sconforto. La malattia a volte ci fa perdere i momenti più importanti dei nostri cari, così come ci fa perdere la parte collaborativa e partecipativa del nucleo familiare, sociale e professionale. <strong>La malattia ci mette ai margini.</strong></p>



<p>Questo non partecipare però ci fa sempre chiedere quanto forse potremmo sforzarci, quanto potremmo fare di più, e allora qui entriamo nella seconda importante dinamica, quella del “Volere è potere”.</p>



<p>Spesso ci sentiamo dire <strong>“Devi reagire”, “Devi sforzarti”</strong> e cose del genere. A volte ci viene detto anche in modo brusco, “per il nostro bene”, “ per spronarci”. Ecco, questa è una questione veramente delicata che ha risvolti psicologici importanti. Il “volere è potere” e il reagire sono concetti importanti in cui credo molto e sono alla base di tante conquiste che possiamo fare. <strong>Bisogna capire però dove è il limite, dove è necessario constatare che qualcosa è al di fuori delle proprie oggettive possibilità.</strong></p>



<p>Accettare che qualcosa non è in nostro potere, non significa arrendersi, significa essere consapevoli e soprattutto non farsene una colpa: <strong>non dipende sempre tutto da noi</strong>.</p>



<p>Se non riusciamo a fare qualcosa, non significa necessariamente che non ci siamo impegnati abbastanza o che non abbiamo reagito, a volte significa semplicemente che non possiamo, che per noi e per la nostra condizione non è fattibile.</p>



<p>A volte è davvero difficile trovare il giusto punto di equilibrio,<strong> capire fin dove possiamo sforzarci e dove invece dobbiamo fermarci</strong>, lasciare andare.</p>



<p>Tutto questo e molto altro accade spesso nella testa di noi malati: “Vorrei non gravare sugli altri”, “Vorrei essere più presente”, “Vorrei non perdermi i momenti importanti”, “Vorrei fare di più”.</p>



<p>A volte la parte più difficile non è fare, la parte più difficile è proprio non fare niente.<br></p>



<p><strong><em>Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa e Scrittrice</em></strong><br><strong><em>Riceve online. Per info: info@ginevracardinal.com</em></strong></p>
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		<item>
		<title>IL SENSO DI INADEGUATEZZA: QUANDO NON SI È MAI ABBASTANZA</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/il-senso-di-inadeguatezza-quando-non-si-e-mai-abbastanza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2025 12:50:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Ginevra Cardinaletti]]></category>
		<category><![CDATA[autostima]]></category>
		<category><![CDATA[bassa autostima]]></category>
		<category><![CDATA[insicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[percorso psicologico]]></category>
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		<category><![CDATA[vincere l'insicurezza]]></category>
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					<description><![CDATA[Il senso di inadeguatezza è quella sensazione persistente e logorante di non essere “abbastanza” – abbastanza bravi, intelligenti, attraenti, capaci. È una voce interiore che giudica, paragona e sminuisce, minando l’autostima e il benessere psicologico. Non si tratta semplicemente di insicurezza passeggera, ma di una percezione radicata che può influenzare profondamente il modo in cui una persona si relaziona con sé stessa e con il mondo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Cos&#8217;è il senso di inadeguatezza?</strong></h3>



<p>Il senso di inadeguatezza è quella sensazione persistente e logorante di non essere mai “abbastanza” – abbastanza bravi, intelligenti, attraenti, capaci.<strong> È una voce interiore che giudica, paragona e sminuisce, minando l’autostima e il benessere psicologico.</strong> Non si tratta semplicemente di insicurezza passeggera, ma di una percezione radicata che può influenzare profondamente il modo in cui una persona si relaziona con se stessa e con gli altri.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Chi colpisce?</strong></h3>



<p>Questa sensazione <strong>può colpire chiunque, a qualsiasi età. Adulti con carriere affermate, studenti universitari, genitori, adolescenti. Probabilmente più spesso le donne rispetto agli uomini</strong>. Ho incontrato donne che, nonostante i traguardi raggiunti, si sentivano continuamente inadeguate, completamente incapaci di riconoscere i propri risultatie soprattutto il proprio valore. Spesso chi è più sensibile, perfezionista o cresciuto in ambienti critici o molto esigenti è più vulnerabile.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le possibili cause</strong></h3>



<p>Il senso di inadeguatezza ha origini complesse e multifattoriali. Tra le cause più comuni:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Educazione e infanzia</strong>: crescere con genitori ipercritici o emotivamente assenti può favorire la convinzione di non essere mai abbastanza.<br></li>



<li><strong>Esperienze scolastiche o sociali</strong>: il confronto con gli altri e i giudizi ricevuti possono radicare la sensazione di inferiorità.<br></li>



<li><strong>Società e social media</strong>: l’ideale di perfezione continuamente proposto dai media può alimentare un costante senso di confronto e inadeguatezza.<br></li>



<li><strong>Traumi e fallimenti</strong>: eventi dolorosi o fallimenti significativi possono rafforzare la convinzione di non essere all’altezza.<br></li>
</ul>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Cosa può fare un percorso psicologico?</strong></h3>



<p>Un percorso psicologico può essere trasformativo. Intraprenderlo significa avere<strong> l’opportunità di costruire una nuova percezione di sé.</strong> Con il tempo, le persone iniziano a riconoscere e mettere in discussione le proprie percezioni distorte, imparano a prendersi cura della propria parte più fragile e sviluppano un’immagine più realistica e gentile di sé. <strong>Non è facile essere gentili con noi stessi, ma lo si può imparare.</strong></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La mia esperienza</strong></h3>



<p>Quello del senso di inadeguatezza è un tema che mi sta particolarmente a cuore, che approfondisco da decenni e che, nella mia esperienza, è ancora troppo spesso sottovalutato. Il senso di inadeguatezza ha la capacità e la prepotenza di tarpare le ali e di essere invalidante. Ogni giorno aiuto persone a riconoscere il proprio valore e a mettere a frutto le proprie potenzialità e i propri talenti. È bello vedere <strong>come una persona possa letteralmente trasformarsi, acquistare quella fiducia in sé</strong> e quella consapevolezza del proprio essere che aveva perso o, spesso, non aveva mai avuto prima. Ci sono donne e uomini che scoprono che stavano vivendo all’1% delle proprie potenzialità e finalmente fioriscono.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Cosa serve per cambiare?</strong></h3>



<p>Cosa serve per poter intraprendere questo cambiamento?<strong> Fiducia e determinazione</strong>. Con l’aiuto di uno psicologo è veramente possibile fare un cambiamento radicale che influisce in modo profondo sulla qualità della propria vita, dai rapporti interpersonali al rapporto con sé stessi. Per poter permettere che questo avvenga, da parte del paziente occorre soltanto avere fiducia nel percorso che sta facendo ed essere determinato nel portarlo avanti. È questa l’essenza del cambiamento psicologico: il coraggio di affrontare le proprie fragilità per diventare ciò che davvero si desidera essere e scoprire ciò che si è davvero.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Conclusioni</strong></h3>



<p><strong>Il senso di inadeguatezza non è una condanna, ma un messaggio da ascoltare. </strong>Un invito a fermarsi, riflettere e, se necessario, chiedere aiuto. <strong>Lavorare su di sé è un atto di cura e coraggio. Nessuno dovrebbe sentirsi solo nella propria fatica interiore.</strong> La psicologia può essere quel luogo dove imparare, passo dopo passo, a sentirsi finalmente “abbastanza”.<br><br><em>Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti &#8211; Psicologa<br>Esperta in autostima, ansia, relazioni e crescita personale<br>Riceve online. Per info: <a href="mailto:info@ginevracardinal.com">info@ginevracardinal.com</a></em></p>
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		<item>
		<title>IL SUPPORTO PSICOLOGICO NELLA MALATTIA CRONICA</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/il-supporto-psicologico-nella-malattia-cronica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jun 2025 09:34:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Ginevra Cardinaletti]]></category>
		<category><![CDATA[emicrania cronica e depressione]]></category>
		<category><![CDATA[emicrania e ansia]]></category>
		<category><![CDATA[emicrania e disturbi dell'umore]]></category>
		<category><![CDATA[fibromialgia e supporto psicologico]]></category>
		<category><![CDATA[malattia cronica e supporto psicologico]]></category>
		<category><![CDATA[psicologa per malattia cronica]]></category>
		<category><![CDATA[supporto psicologico per malattia cronica]]></category>
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					<description><![CDATA[Affrontare una malattia cronica significa spesso convivere con una condizione che cambia profondamente la qualità della vita. Il supporto psicologico, in questi casi, può rappresentare un punto di riferimento essenziale non solo per il paziente, ma anche per i familiari coinvolti. In questo articolo desidero condividere l’importanza dell’aiuto psicologico in presenza di patologie croniche, i disturbi emotivi più frequenti associati e alcuni esempi tratti dalla mia esperienza professionale.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><br></strong><em>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti</em></p>



<p>Affrontare una malattia cronica significa spesso convivere con una condizione che cambia profondamente la qualità della vita. <strong>Il supporto psicologico, in questi casi, può rappresentare un punto di riferimento essenziale non solo per il paziente, ma anche per i familiari coinvolti</strong>. In questo articolo desidero condividere l’importanza dell’aiuto psicologico in presenza di patologie croniche, i disturbi emotivi più frequenti associati e alcuni esempi tratti dalla mia esperienza professionale.</p>



<p><strong>Le malattie croniche</strong></p>



<p>Le malattie croniche sono condizioni mediche che si protraggono nel tempo (spesso per tutta la vita) e che richiedono un monitoraggio continuo. Tra le più comuni troviamo:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Diabete mellito</li>



<li>Fibromialgia</li>



<li>Malattie oncologiche in fase cronica</li>



<li>Cefalea cronica</li>



<li>Sclerosi multipla</li>



<li>Artrite reumatoide</li>



<li>Malattie infiammatorie croniche intestinali (es. Morbo di Crohn, colite ulcerosa)</li>



<li>Malattie cardiovascolari</li>
</ul>



<p>Oltre ai sintomi fisici, queste patologie possono avere un impatto profondo sul benessere psicologico.</p>



<p><strong>I disturbi psicologici associati</strong></p>



<p>Chi convive con una malattia cronica affronta quotidianamente limitazioni, dolore, incertezza sul futuro, interruzioni nella vita lavorativa e sociale. Non è raro che emergano:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Ansia</strong> (in particolare ansia anticipatoria legata ai sintomi)</li>



<li><strong>Depressione</strong></li>



<li><strong>Disturbi del sonno</strong></li>



<li><strong>Disturbi dell’adattamento</strong></li>



<li><strong>Calo dell’autostima</strong></li>



<li><strong>Isolamento sociale</strong><br></li>
</ul>



<p></p>



<p><strong>Il circolo vizioso</strong><br><strong><br></strong>La presenza di una malattia cronica può causare uno o più disturbi psicologici che a loro volta possono avere effetti negativi sulla malattia stessa.<br>Ad esempio, una persona con diabete può sviluppare anche depressione, che a sua volta incide negativamente sulla gestione della glicemia, creando un circolo vizioso.<br>Oppure <strong>una persona che soffre di emicrania cronica può sviluppare attacchi di ansia che a loro volta possono innescare l’attacco </strong>di emicrania influendo anche sulla frequenza e sull’intensità.</p>



<p><strong>Come il supporto psicologico può aiutare</strong></p>



<p>Il percorso psicologico ha l’obiettivo di aiutare la persona a riacquistare il senso di controllo sulla propria vita, nonostante la malattia. Gli strumenti più utili includono:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Psicoeducazione</strong>: comprendere il legame tra emozioni e sintomi fisici</li>



<li><strong>Gestione dello stress e del dolore</strong>: tecniche di rilassamento, mindfulness e training autogeno</li>



<li><strong>Sostegno emotivo</strong>: uno spazio in cui sentirsi accolti, ascoltati, non giudicati, compresi</li>



<li><strong>Ristrutturazione cognitiva</strong>: lavorare sui pensieri disfunzionali legati alla malattia (“Non valgo più nulla”, “Non posso più essere felice”)</li>



<li><strong>Lavoro sull’identità personale</strong>: ricostruire un&#8217;immagine di sé che integri anche la condizione cronica<br></li>
</ul>



<p></p>



<p><strong>Supporto psicologico online</strong></p>



<p>Il setting online rappresenta un’importante svolta nel supporto psicologico alle persone affette da malattie croniche, infatti <strong>permette di raggiungere anche chi ha difficoltà a spostarsi, a uscire di casa, a muoversi autonomamente, ad affrontare situazioni stressanti e stancanti</strong> come il traffico o la guida o i mezzi di trasporto pubblico. Poter fare colloqui psicologici online rimanendo a casa per molte persone è una risorsa fondamentale.</p>



<p><strong>Esempi pratici nella mia esperienza</strong><br><strong><br></strong>Ho seguito e seguo tuttora pazienti con patologie croniche, in particolare emicrania cronica, fibromialgia e malattie oncologiche. Da malata cronica e da psicologa posso affermare che sentirsi ascoltati e soprattutto compresi è una risorsa fondamentale per chi soffre. Spesso con i miei pazienti porto il mio esempio personale, offro loro degli spunti raccontando come ho affrontato e affronto i numerosi problemi legati alla mia patologia, e <strong>questo li aiuta ad aprirsi, a sentirsi meno esclusi, meno soli, meno incompresi</strong>. Una volta che si sentono compresi è più facile per loro avere fiducia nel percorso che stanno intraprendendo ed è possibile mettersi in gioco e attuare quel cambiamento che può aiutarli a migliorare la qualità della loro vita.</p>



<p><strong>Conclusioni</strong></p>



<p>Una <strong>malattia cronica cambia il corpo, ma anche la mente. Non sempre possiamo guarire, ma possiamo guarire il modo in cui viviamo la malattia</strong>. Il supporto psicologico offre gli strumenti per affrontare la sfida, ritrovare significato e qualità nella propria vita, e migliorare persino l’aderenza alle terapie mediche. Se senti che il peso della tua condizione sta diventando troppo pesante da portare da solo, sappi che non lo sei: chiedere aiuto è già un atto di grande coraggio e determinazione.</p>



<p><em>Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti – Psicologa<br>Riceve online. Per info: <a href="mailto:info@ginevracardinal.com">info@ginevracardinal.com</a></em></p>
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		<title>IL SELF-DISCLOSURE: QUANDO LO PSICOLOGO PUÒ PARLARE DI SÉ</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/il-self-disclosure-quando-lo-psicologo-puo-parlare-di-se/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jun 2025 15:54:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Ginevra Cardinaletti]]></category>
		<category><![CDATA[cefalea e depressione]]></category>
		<category><![CDATA[emicrania cronica]]></category>
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		<category><![CDATA[self-disclosure]]></category>
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					<description><![CDATA[Il self-disclosure  (rivelazione di sé) è un termine che indica la condivisione, da parte dello specialista nell’ambito di un percorso psicologico, di aspetti personali, emozioni o esperienze vissute. Si tratta di un tema che ha suscitato, e suscita tuttora, un ampio dibattito poiché stride con l’immagine tradizionale dello psicologo come figura neutra e distante. Tuttavia, per alcuni, con i quali mi sento di concordare, il self-disclosure è considerato uno strumento potente, se usato con consapevolezza.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><br></strong><em>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti</em></p>



<p><strong>Cos’è il self-disclosure</strong></p>



<p>Il <em>self-disclosure</em> &nbsp;(<strong>rivelazione di sé</strong>) è un termine che indica la condivisione, da parte dello specialista nell’ambito di un percorso psicologico, di aspetti personali, emozioni o esperienze vissute. Si tratta di un tema che ha suscitato, e suscita tuttora, un ampio dibattito poiché stride con l’immagine tradizionale dello psicologo come figura neutra e distante. Tuttavia, per alcuni, con i quali mi sento di concordare, <strong>il self-disclosure è considerato uno strumento potente, se usato con consapevolezza.</strong></p>



<p><strong>Quando è utile</strong></p>



<p>Il self-disclosure può essere utile quando contribuisce a normalizzare un’esperienza del paziente o a creare un clima di autenticità nella relazione. In alcuni momenti, <strong>sapere che anche lo psicologo ha vissuto esperienze simili può aiutare il paziente a sentirsi meno solo o giudicato, oppure può aprire nuove prospettive di riflessione.</strong> L&#8217;importante è che la condivisione sia sempre finalizzata al benessere del paziente e non a un bisogno del professionista.</p>



<p><strong>Quando può essere controproducente</strong></p>



<p>Tuttavia, il self-disclosure può diventare controproducente, e quindi inadeguato, se usato in modo impulsivo, non calibrato o se sposta il focus della seduta sullo psicologo piuttosto che sul paziente. Un altro rischio è che il paziente si senta in dovere di prendersi cura del terapeuta, rompendo così il setting asimmetrico e protetto della terapia.<br>Per questo motivo, <strong>ogni atto di self-disclosure richiede una profonda riflessione da parte del professionista</strong>, sia prima che dopo averlo effettuato, valutando l’impatto reale sul percorso psicologico del paziente.</p>



<p><strong>Esempi pratici nella mia esperienza</strong></p>



<p>Quando lavoro <strong>con i miei pazienti sulla loro autostima, porto la mia esperienza personale, perché da una timidezza e insicurezza per me invalidanti, sono riuscita a fare un importante lavoro su me stessa</strong> fino a raggiungere traguardi che non avrei neanche osato sperare. Condividere con i miei pazienti il mio vissuto, li aiuta a prendere consapevolezza che quel cambiamento è qualcosa di fattibile e di tangibile, e questo è estremamente motivante per loro.</p>



<p>Allo stesso modo, <strong>alcuni miei pazienti soffrono di malattie croniche e si sono rivolti a me proprio perché, soffrendone anche io, si sentono compresi.</strong> Sanno che ho ben presente quello che stanno passando e io stessa faccio sì che questo possa portare un importante vantaggio per loro. Il disagio psicologico legato alla malattia cronica ha numerose sfaccettature spesso difficili da comprendere, e il risultato è che uno dei problemi principali per chi ne soffre è sentirsi incompreso, sentirsi distante dagli altri. Vivere in prima persona un’esperienza simile al mio paziente e metterla a sua disposizione è per me un valore aggiunto, un ulteriore e importante strumento di aiuto.</p>



<p><strong>Conclusione</strong></p>



<p>Il self-disclosure non è uno strumento da usare con leggerezza, ma può essere un ponte prezioso in un percorso psicologico. Usato con rispetto, attenzione e sensibilità, <strong>può aiutare il paziente a sentirsi compreso, accolto e meno solo, e fargli vedere come concretamente possibili i traguardi che si prefigge.</strong> Come tutto ciò che riguarda un percorso psicologico, richiede una valutazione costante del suo significato e del suo impatto, mantenendo sempre al centro il benessere e la crescita del paziente.</p>



<p><em>Dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti – Psicologa<br>Riceve online. Per info: <a href="mailto:info@ginevracardinal.com">info@ginevracardinal.com</a></em></p>
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		<title>SE SEI DEPRESSO NON È COLPA TUA</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/se-sei-depresso-non-e-colpa-tua/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Apr 2025 11:56:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Ginevra Cardinaletti]]></category>
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					<description><![CDATA[Tra tutti i miei pazienti che soffrono di depressione, indipendentemente dall’età, dalla forma di depressione, dalla qualità della loro vita e dalle loro abitudini, c’è quasi sempre una componente comune, quella del senso di colpa.
Chi soffre di depressione si sente in colpa, pensa di esserne responsabile.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti</p>



<p>Tra tutti i miei pazienti che soffrono di depressione, indipendentemente dall’età, dalla forma di depressione, dalla qualità della loro vita e dalle loro abitudini, c’è quasi sempre una componente comune, quella del senso di colpa.<br><strong>Chi soffre di depressione si sente in colpa, pensa di esserne responsabile</strong>. Questo accade perché non riesce a individuarne una causa specifica e a questo si somma il fatto che le persone che lo circondano non riescono a comprendere questo stato. Spesso ci si sente chiedere: <strong>“Perché sei depresso?”, “Che cosa ti manca?”</strong>, oppure vengono fatte affermazioni come<strong> “Ma non ti manca niente!”, “Devi solo reagire!”</strong> e questo non fa che intensificare il senso di colpa, il sentirsi sbagliati, il sentire che non stiamo facendo abbastanza, che è colpa nostra, che dovremmo reagire, <strong>ma noi non ce la facciamo a reagire e non riusciamo a spiegarne il perché.<br></strong>Quindi, il primo fondamentale passo per poter affrontare una depressione è quello di accettarlo come un problema: accettarlo non significa non poterlo affrontare, non significa che sarà sempre così, significa che in questo momento abbiamo questo problema. Questo problema che <strong>è una patologia, è una patologia che può essere anche grave</strong>, che può essere totalmente invalidante e che non è colpa nostra perché <strong>ci sono tantissimi fattori che concorrono a generarla e ad alimentarla </strong>e spesso è difficile anche individuarli tutti, però sicuramente non dipendono tutti soltanto da noi.<br>Non è colpa nostra e inoltre è anche difficile da spiegare perché non c’è un sintomo fisico ben individuabile che si possa spiegare a chi non l’abbia provato. Ecco,<strong> la depressione è veramente molto difficile da comprendere se non l’hai provata.</strong><br>Io per la mia patologia cronica ho sempre preso moltissimi farmaci e molti hanno importanti effetti collaterali. I più frequenti riguardano i disturbi dell’umore, quindi ci sono farmaci che possono provocare ansia, depressione, angoscia, pensieri suicidi. Chiaramente sono farmaci che vengono continuamente monitorati dal paziente e dallo specialista che li prescrive. Bene, io alcuni di questi effetti collaterali, negli anni, li ho avuti: mi è capitato di avere un fortissima ansia, di provare angoscia, di essere depressa, e in quel momento non c’era un motivo per essere triste, avere paura, essere angosciata, però lo ero. <strong>Perché stai male? Non lo so, so solo che sto male. Perché sei triste? Non lo so, so solo che sono triste.</strong> È inutile dirsi o sentirsi dire: “Non hai nessun problema, non c’è niente di cui preoccuparti, devi stare tranquillo”. Lo so che devo stare tranquilla. <strong>Lo so che non c’è niente di cui preoccuparmi, lo so razionalmente, ma non lo so fino in fondo, perché sento che c’è qualcosa di cui preoccuparmi</strong>, sento che c’è qualcosa che può andare storto, sento che potrei perdere il controllo, sento che potrei impazzire.<br>Ecco, abbiamo tutte sensazioni che è difficile spiegare a chi non le ha provate o quantomeno non le abbia studiate a fondo. Io le ho studiate e le ho anche provate, quindi <strong>mi rendo perfettamente conto di quello che provano i miei pazienti</strong>, e probabilmente è proprio questo che mi aiuta ad aiutarli.<br>Dunque il primo passo è renderci conto che la depressione non è colpa nostra, il secondo è sapere che è una patologia e il terzo è quello che si fa con tutte le patologie di cui non è colpa nostra: se abbiamo il diabete andiamo dal diabetologo che ci prescrive dei farmaci e ci dà delle indicazione su nuove abitudini da inserire nella nostra quotidianità, delle cose da cambiare e altre da lasciare così come sono. <strong>Ecco, lo stesso succede con la depressione: ci si ci si rivolge a uno specialista.</strong> Nel mio caso, che sono una psicologa, il paziente viene da me, facciamo un percorso di sostegno psicologo con dei colloqui, delle riflessioni, a volte degli esercizi o delle tecniche di rilassamento o di respirazione o pratiche e “compiti” da svolgere. Ci sono anche casi in cui lo psicologo è bene che venga affiancato da uno psichiatra, soprattutto nella fase acuta della malattia, in attesa che il percorso psicologico inizi a dare i suoi frutti perché non è immediato, quindi si può valutare anche l’utilizzo di farmaci. Tutte cose che possono fare gli specialisti, proprio come in ogni altra malattia.<br><strong>Dunque una persona depressa è una persona che ha una patologia, spesso grave, è una persona che nella maggior parte dei casi non può semplicemente reagire da sola, non basta semplicemente distrarsi.<br></strong>Chi soffre di depressione deve rivolgersi a uno specialista, quello che ritiene più opportuno, può anche provarne più di uno: a volte è difficile <strong>trovare una persona che oltre a essere competente e professionale, ci faccia anche sentire a nostro agio, ci  faccia sentire compresi e ci faccia percepire che possiamo fidarci.</strong> A quel punto possiamo affidarci a quello o a quegli specialisti, e affrontare il nostro problema, la nostra malattia, esattamente come la affronta chiunque abbia un altro tipo di patologia.</p>
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		<item>
		<title>L&#8217;ANSIA NON FA RIDERE</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/lansia-non-fa-ridere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Apr 2025 12:28:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Ginevra Cardinaletti]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia sociale]]></category>
		<category><![CDATA[attacchi di panico]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo d'ansia]]></category>
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		<category><![CDATA[esercizi per l'ansia]]></category>
		<category><![CDATA[GAD]]></category>
		<category><![CDATA[rimedi per l'ansia]]></category>
		<category><![CDATA[soffrire d'ansia]]></category>
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					<description><![CDATA[L’ansia ormai è diventata onnipresente nei nostri discorsi: molti si lamentano dell’ansia, usano espressioni come “Mi fai venire l’ansia” o “ansia totale”... e questo non fa altro che minimizzarla, sminuirla, facendone perdere completamente il senso e il peso che può avere nella vita di una persona.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti</em></p>



<p>L’ansia ormai è diventata onnipresente nei nostri discorsi: molti si lamentano dell’ansia, usano espressioni come “Mi fai venire l’ansia” o “ansia totale”&#8230; e questo non fa altro che minimizzarla, sminuirla, facendone perdere completamente il senso e <strong>il peso che può avere nella vita di una persona.</strong></p>



<p>L’ansia in sé è una risposta naturale dell’organismo di fronte a situazioni percepite come minacciose o stressanti. Tuttavia, quando diventa persistente o sproporzionata rispetto alla realtà, <strong>può trasformarsi in un vero e proprio disturbo psicologico, fino a diventare invalidante.</strong><br><br>Ci sono persone che vivono una vita completamente condizionata dall’ansia, con ripercussioni sulla sfera sociale, lavorativa e personale. È in questi casi che è importante non sottovalutarla, ma riconoscerla e affrontarla.</p>



<p>I pazienti che si rivolgono a me per un disturbo d’ansia spesso si sentono incompresi dalle persone che li circondano. <strong>Spesso infatti si stenta a comprendere che sia un problema reale che compromette fortemente la vita di chi ne soffre.</strong><br><br>Non riuscire a vivere serenamente i rapporti interpersonali, fare fatica ad addormentarsi, svegliarsi di notte e non riuscire a riprendere sonno, sentirsi nervosi, irritabili, stanchi, avere difficoltà a concentrarsi nello studio o nel lavoro… sono tutte condizioni che impediscono di vivere serenamente la propria quotidianità.</p>



<p>In questo articolo affronterò i principali tipi di ansia e i loro sintomi più comuni, con l’obiettivo di <strong>aumentare la consapevolezza e promuovere un intervento tempestivo</strong>.</p>



<p>Farò anche degli esempi pratici per poter meglio comprendere ciò che accade nella vita di tutti i giorni di chi soffre di un disturbo d’ansia.</p>



<p><strong>Disturbo d’ansia generalizzato (GAD)</strong><br>Il Disturbo d’Ansia Generalizzato è caratterizzato da una preoccupazione eccessiva e incontrollabile riguardo a vari aspetti della vita quotidiana (lavoro, salute, relazioni, ecc.), che persiste per almeno sei mesi. I sintomi includono:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Tensione muscolare</li>



<li>Irritabilità</li>



<li>Difficoltà di concentrazione</li>



<li>Insonnia</li>



<li>Stanchezza cronica</li>



<li>Preoccupazioni persistenti<br></li>
</ul>



<p>Le persone con GAD spesso faticano a “staccare” mentalmente, anche in situazioni in cui non c’è un motivo evidente per preoccuparsi.</p>



<p><strong>Esempio pratico:<br></strong>Marco ha un lavoro stabile e una buona rete sociale, ma si sente costantemente in ansia. Si preoccupa per tutto: se ha mandato una mail con il tono giusto, se il suo cane potrebbe ammalarsi, se domani pioverà. Anche quando non c’è un problema reale, il suo cervello “non si ferma mai” e questo lo stanca profondamente.</p>



<p><strong>Ansia Sociale</strong><br>L’ansia sociale si manifesta con un’intensa paura di essere giudicati negativamente dagli altri. Può emergere in situazioni come parlare in pubblico, partecipare a eventi sociali o semplicemente essere osservati.<br>Questo tipo di ansia può interferire seriamente con la vita personale e lavorativa.<br>I sintomi più comuni sono:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Rossore al volto</li>



<li>Sudorazione eccessiva</li>



<li>Tachicardia</li>



<li>Sensazione di “vuoto mentale”</li>



<li>Evitamento delle situazioni sociali<br></li>
</ul>



<p><strong>Esempio pratico</strong>:<br>Giulia ha difficoltà a parlare durante le riunioni di lavoro. Solo l’idea di dover intervenire la fa sudare freddo, teme di dire qualcosa di sbagliato o che gli altri pensino che sia incompetente. Lo stesso le accade quando si trova con persone che non conosce: quando sa che dovrà affrontare una cena con sconosciuti, inventa una scusa per non andarci.</p>



<p><strong>Attacchi di panico</strong><br>Gli attacchi di panico sono episodi improvvisi e intensi di paura, spesso senza una causa apparente. Possono durare da pochi minuti a mezz’ora e sono accompagnati da sintomi fisici molto forti:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Palpitazioni</li>



<li>Dolore al petto</li>



<li>Sensazione di soffocamento</li>



<li>Nausea</li>



<li>Paura di impazzire o di morire<br></li>
</ul>



<p>Chi sperimenta attacchi di panico ricorrenti può sviluppare un Disturbo da Attacchi di Panico, spesso associato ad evitamento di luoghi o situazioni in cui si teme possa accadere un nuovo episodio.<br><br><strong>Esempio pratico:<br></strong>Luca è al supermercato quando all’improvviso inizia a sentirsi strano: il cuore batte fortissimo, ha il fiato corto, gli gira la testa. Pensa di avere un infarto e corre fuori. Da quel giorno, evita tutti i luoghi affollati per paura che succeda di nuovo.</p>



<p><strong>Quando Chiedere Aiuto</strong><br>È importante non sottovalutare l’ansia. Se i sintomi interferiscono fortemente con la vita quotidiana, è importante rivolgersi a un professionista.<br>Ci sono persone che a causa dell’ansia non guidano più l’automobile, non frequentano luoghi affollati, non proseguono gli studi, non fanno richieste al proprio datore di lavoro, non fanno vita sociale. <strong>Vivono sempre un passo indietro rispetto alle proprie potenzialità.<br></strong><br>Con un percorso di sostegno psicologico si può imparare ad affrontare le situazioni in modo diverso, si possono apprendere esercizi di respirazione e di rilassamento per gestire i momenti di forte ansia e per contrastare l’insonnia, <strong>si può apprendere un nuovo modo di gestire le situazione e ritrovare finalmente un po’ di leggerezza.</strong></p>



<p>Chi sta vicino a chi ne soffre può cercare di essere più comprensivo, di mettersi nei suoi panni e non sminuire quello che spesso è vissuto come un problema invalidante.</p>
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		<item>
		<title>I SOCIAL COME SUPPORTO PSICOLOGICO: IL CASO FORUM EMICRANIA</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/i-social-come-supporto-psicologico-il-caso-forum-emicrania/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Aug 2024 15:06:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Ginevra Cardinaletti]]></category>
		<category><![CDATA[convivere con l'emicrania]]></category>
		<category><![CDATA[emicrania]]></category>
		<category><![CDATA[emicrania cronica]]></category>
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		<category><![CDATA[gestire l'emicrania]]></category>
		<category><![CDATA[vita da emicranici]]></category>
		<category><![CDATA[vivere con l'emicrania]]></category>
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					<description><![CDATA[L’abuso dei social network può essere dannoso, ma il loro utilizzo responsabile può essere molto utile soprattutto per chi vive un disagio che potrebbe portarlo a chiudersi e isolarsi del tutto]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti</em></p>



<p>I social sono sempre più demonizzati e allo stesso tempo sono sempre più utilizzati. Credo che <strong>l’abuso dei social network possa essere dannoso, ma il loro utilizzo responsabile può essere molto utile soprattutto per chi vive un disagio che potrebbe portarlo a chiudersi e isolarsi </strong>del tutto. Nella mia esperienza sia di psicologa che di paziente, credo che i social benché non possano e non debbano sostituire i rapporti reali né tanto meno il parere del medico, possano fornire un supporto complementare molto utile. <strong>Come sempre, ho sperimentato io stessa gli strumenti che suggerisco ai miei pazienti, quindi vi racconto qui in breve la mia esperienza.</strong></p>



<p>Soffro di emicrania da moltissimi anni, ma solo alcuni mesi fa, in uno dei periodi più difficili in cui si era cronicizzata fino a diventare continua, mi sono messa a cercare su Facebook se ci fossero gruppi su questo argomento. Ne ho trovati diversi e mi sono iscritta a tutti. <strong>Avevo bisogno di condivisione, avevo bisogno di comprensione.</strong> Nel giro di pochi giorni ho visto che quello più attivo e più centrato sul mio problema era Forum Emicrania. Ho iniziato a scriverci, a interagire, a cercare conforto e a dare conforto.<strong><br>È incredibile il potere della condivisione, ma non una condivisione a caso, una condivisione mirata</strong> con chi può capire perfettamente i tuoi stati d’animo perché sta vivendo la tua situazione. Non è facile spiegare a chi ci circonda che non si tratta di un semplice mal di testa, che non basta prendere un analgesico, che non basta distrarsi un po’, che non è colpa del tempo.<strong> In questo gruppo non ho dovuto spiegare proprio niente </strong>perché ogni singola persona sa perfettamente quanto possa essere faticosa, dolorosa, a volte impossibile la vita di un emicranico. Non devo spiegare niente, entro e leggo pensieri, esperienze, dubbi e sensazioni che ho provato io stessa. E allora ci si scambiano consigli, ci si dà conforto, si condividono le esperienze.<br>Io nella vita ho sempre scritto. Libri, articoli, editoriali, post, tweet, aforismi… e improvvisamente mi sono resa conto che molto di ciò che scrivo può essere compreso veramente in questo gruppo, perché <strong>si può raccontare il dolore, ma due persone che conoscono lo stesso tipo di dolore hanno una connessione fortissima, hanno una comprensione più profonda</strong>.<br>Ho passato mesi, quelli più difficili, a dire e pensare: “Questa non è vita”. Ora in questo gruppo leggo questa frase ogni giorno e so che chi la scrive prova quello che provo io.<br>Sapere di così tante persone che soffrono quotidianamente per questa patologia è triste, ma <strong>sapere che queste persone sono lì, possono interagire tra loro, ci fa sentire meno soli.</strong> Siamo tanti nel gruppo, circa 10mila, e siamo tutti desiderosi di condivisione, di comprensione.<br>Ho chiesto all’amministratore  come gli fosse venuta l’idea di questo gruppo e mi ha risposto: “<em>Mi venne in mente di creare questo forum perché volevo condividere con altra gente questo mio malessere, mai avrei pensato che sarebbe diventato uno dei gruppi più grandi di Italia. Oggi è un posto dove tutte le persone si confrontano e si raccontano.</em>“<br>È proprio così, è un posto in cui ci incontriamo, ci raccontiamo, ci confrontiamo e troviamo un po’ di conforto. La condivisione non guarisce, ma lenisce. La condivisione quella vera, autentica, con chi può capire la tua storia perché la tua storia è anche la sua.<br>Poi ognuno sa cosa può fare per se stesso. Può decidere di intraprendere un percorso psicologico, può fare molto per sé e per il proprio benessere, e a volte &#8220;parlare&#8221; su un social può essere un inizio, un modo per sbloccarsi, per capire meglio cosa possiamo fare. L&#8217;emicrania cronica, come altre patologie sia fisiche che psicologiche, coinvolge ogni aspetto della vita del paziente e solo lui sa quanto sia faticoso ma anche quanto sia importante non arrendersi mai.</p>



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		<item>
		<title>PERSONALITÀ DEL PAZIENTE EMICRANICO</title>
		<link>https://www.ginevracardinal.com/articoli-cardinaletti/personalita-del-paziente-emicranico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jul 2024 12:03:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Ginevra Cardinaletti]]></category>
		<category><![CDATA[convivere con l'emicrania]]></category>
		<category><![CDATA[emicrania]]></category>
		<category><![CDATA[emicrania cronica]]></category>
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		<category><![CDATA[emicrania e personalità]]></category>
		<category><![CDATA[personalità del paziente emicranico]]></category>
		<category><![CDATA[umore e emicrania cronica]]></category>
		<category><![CDATA[umore ed emicrania]]></category>
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					<description><![CDATA[L’emicrania è una patologia invalidante fortemente legata all’umore.
Quando parliamo di umore, però, non possiamo fare a meno di parlare anche della personalità, che abbraccia in senso più ampio l’andamento del nostro umore.
Dunque la domanda è: il paziente emicranico è caratterizzato da un determinato tipo di personalità?]]></description>
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<p><em>Articolo della dott.ssa Ginevra R. Cardinaletti</em><br></p>



<p>L’emicrania è una patologia invalidante fortemente legata all’umore. Oggi si è comunemente concordi nell’affermare che questo legame sia bidirezionale, ossia:<strong> l’emicrania influenza l’umore e l’umore influenza l’emicrania.</strong><br>Quando parliamo di umore, però, non possiamo fare a meno di parlare anche della personalità, che abbraccia in senso più ampio l’andamento del nostro umore.</p>



<p>Dunque la domanda è:<strong> il paziente emicranico è caratterizzato da un determinato tipo di personalità?</strong></p>



<p>Già negli anni ‘50 il neurologo Harold George Wolff indagò la correlazione tra personalità e cefalea, e concluse che i tratti di personalità più comuni nei pazienti che soffrono di cefalea sono: <strong>rigidità, nevroticismo, perfezionismo e ambizione.</strong></p>



<p>La correlazione tra emicrania e personalità è tutt&#8217;oggi oggetto di studio e di controversie, e s<strong>econdo alcuni, nelle classificazioni della personalità, i tratti associati all’emicrania sono quelli appartenenti al gruppo C.</strong></p>



<p><strong>Ma cosa è il gruppo C? </strong>Secondo il DSM-IV (quarta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), ci sono 3 gruppi principali in cui si possono classificare i disturbi di personalità. Tra questi gruppi (spesso definiti &#8220;<strong>cluster</strong>&#8221; dagli specialisti), il gruppo C è caratterizzato da comportamenti &#8220;ansiosi&#8221; o &#8220;paurosi&#8221; e da una bassa autostima. In questi soggetti si rileva <strong>perfezionismo eccessivo e bisogno di controllo, forte insicurezza, necessità di essere indispensabili e di essere approvati, bassa autostima ma alta consapevolezza di sé.</strong></p>



<p>Questa teoria non è abbracciata da tutti e soprattutto credo sia importante prenderla con i dovuti margini di variabilità, si tratta appunto di una prevalenza di questi tratti nei pazienti emicranici, non della loro totalità.</p>



<p>Quindi ciò che accadrebbe è che la frustrazione causata dall’oggettiva impossibilità di controllo o dalla personale impossibilità ad accettare le situazioni esterne, generi una risposta fisiologica che si manifesta con il dolore emicranico. Questo sembrerebbe particolarmente verosimile <strong>nei soggetti che soffrono di emicrania cronica, ancora più che nei pazienti con emicrania episodica.</strong></p>



<p>Dunque, riassumendo, sembra molto probabile che un paziente che soffre di emicrania cronica abbia una bassa autostima e un forte bisogno di controllo e ricerca della perfezione.<br>Io personalmente, da emicranica cronica, posso confermare di avere una storia di bassa autostima che sono riuscita a gestire grazie a un percorso di crescita personale. Mentre il mio percorso sul perfezionismo lo sto ancora perfezionando!</p>



<p>Non si finisce mai di crescere e migliorarsi. Credo che in presenza di questi aspetti,<strong> il paziente emicranico possa avere giovamento da un percorso psicologico che vada a favorire un quadro di benessere psicologico e di conseguenza fisico.</strong></p>



<p>I tratti psicologici del paziente emicranico sono un tema ancora controverso e in fase di studio che mi interessa particolarmente e su cui continuerò ad aggiornarmi e ad aggiornarvi.</p>



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